C’è un tale affollamento di nuovi poeti, tutti iperproduttivi e ansiosi di apparire sulla scena, al punto da oscurare il passato letterario. Non c’è più spazio per i poeti del passato, soppiantati di forza dai poeti cosiddetti emergenti. Tutti scrivono poesie in lingua e/o in dialetto, versi scritti in fretta, infarciti di sentimentalismi personali che evocano l’anima, il cuore. Un oceano di versi che non vengono letti. Nessuno si appassiona ad essi. Eppure, ogni giorno migliaia di presentazioni di libri di poesie si susseguono in ogni parte d’Italia.

Poeti che non  innestano nulla di nuovo innovazioni in ambito poetico. Poeti costruiti sull’ambizione personale di apparite tali. Il mercato dell’editoria è florido. Gli editori non rischiano nulla: si fanno pagare le copie che stampano. Un circolo vizioso che non promette nulla di buono.

Viviamo in una società che ha due caratteristiche ben distinte: la prima di aver sostituito ai concetti di bello e di brutto quello di utilità; la seconda è di aver incrementato, attraverso internet, la possibilità di pubblicare scritture e poesie di chicchessia.  Il risultato è che si produce troppa poesia in un ‘mercato’ che stenta a decollare. Troppi libri mediocri escono ogni giorno e che, per necessità o per fortuna, fanno dimenticare quelli del giorno prima. I poeti nuovi pare abbiano occupato il luogo dell’immortalità, in verità si vestono di un abito letterario dozzinale. Foucault: «una cosa è lavorare su dei colori, un’altra esprimersi con delle parole». Tutti, ovviamente, hanno il diritto di scrivere esprimendosi con versi che ricalcano le parole quotidiane, quelle del bar in compagnia degli amici, a condizione che non pretendano corone di alloro. «Per uno scrittore quel che conta è la differenza. Tutto il suo lavoro è fatto per crearsi una sia pur piccola differenza che lo faccia riconoscere immediatamente per quello che è, per il suo stile, per la sua musica particolare» (R. La Capria, Introduzione a me stesso)

Non si può addure a giustificazione di scrivere tutto quello che si sente dentro. In tal caso, la scrittura è prettamente personale e cade dell’autorevolezza dell’universalità, diventa solo sfogo personale che non interessa né attira lettori. Poesie di cui non si avverte alcunché di necessità. Eppure, gli editori lucrano sui capricci dei presunti poeti che pensano di stare nell’Olimpo degli dei a declamare versi cacofonici. I poeti per garantirsi un’esistenza editoriale sono costretti a pagare gli editori.

Molta poesia nasce da affermazioni personalistiche molto discutibili del tipo: ho la poesia nel sangue e sento di condividerla con gli altri; vivo per la poesia; i miei versi raccontano la vita; etc. Non ci siamo! In questo modo i poeti diventano insopportabili e fastidiosi. Eppure, ci sono tanti poeti, anche tra quelli ampiamente riconosciuti, che preferiscono evitare di definirsi tali. Difatti, affermare ”o sonno un poeta’ è come dare una nota musicale stonata che non si avverte allorquando si dice ‘sono un musicista’, pittore, attore. Moravia affermava che in un secolo non nascono poi tanti poeti, non più di tre o quattro. «Un poeta è tanto raro quanto un santo. Sta scritto: non tenterai il signore Dio tuo. Ma anche la poesia è un dio permaloso, e quando è tentato, spesso scaglia il suo fulmine e fa seguire il tuono» (A. Carrera, I poeti sono impossibili).

02/05/2024

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