Il termine viene ripreso e rimaneggiato da tutti a significare mille cose con tinteggiature di nulla. Dubito comunque che ci sia una definizione condivisibile da tutti. Ognuno ha le proprie idee e le riversa con la convinzione di dire il vero (?).

I filosofi dell’Antica Grecia erano anche politici. Tuttavia, anche gli sciamani e gli stregoni utilizzano il loro carisma per fini politici. Anche chi si candida ad amministrare un condominio fa campagna elettorale, perfino la comare ‘te la via te sotta’ che sa tutto di tutti e utilizza ‘lu malangu’ per accrescere la simpatia e il suo potere di pettegola nella ‘comunità (se così sin può chiamare, atteso che – forse – non lo è, – secondo un candidato Sindaco –   per cui attendiamo di conoscere le specificità che dovrebbero caratterizzarla).  C’è il santone che predica, il profeta che si rifà alle sacre scritture dell’utopia, lo sfigato che brontola, il compare che si urtica, la comare che diventa star. C’è l’annoiato; e il vip che guarda sé stesso e ogni tanto per convenienza strizza l’occhio alla politica. C’è colui che pontifica dal chiuso e indirizza strali contro tutto e tutti.  C’è la gente normale (comunità!) di un piccolo paese del Salento (Tuglie) che – seppure non parla –  comprende e giudica. 

Al di là della politica?… Ce lo dice Aldo Moro: «Dobbiamo deciderci in questa svolta di storia, che ci impone, contro noi e, se è necessario, contro gli altri, di ritrovare noi stessi, la nostra purezza, la nostra libertà interiore, la nostra indipendenza da classi e privilegi, la nostra intelligenza limpida che si consuma in se stessa e si appaga e non domanda nulla. In queste cose ritroveremo pure la nostra ragione d’essere oggi, il nostro peso per questo avvenire, in questo avvenire che attendiamo tutti… Perché senza intelligenza non c’è storia, non c’è ordine e razionalità della storia. Il mondo della libertà e della giustizia non può essere contro la cultura, se questa, negandosi, non si pone contro di esso… riconosciamoci su diverse sponde, perché siamo una cosa sola, a patto che siamo tutti liberi e puri, disposti soltanto all’ossequio della verità che è tutto. Questo riconoscimento di eguaglianza, questa prima intesa che toglie una dolorosa frattura nel mondo dell’intelligenza, sono auspicio e principio di pace. Tutto è rinnovarsi, per essere liberi e  puri, per piegarsi alle esigenze della vita, per essere se stessi. 

Alla cultura noi chiediamo perciò oggi di liberarsi da connivenze con inammissibili privilegi economici e sociali; di liberarsi, prima e più che dalla sostanza di un legame soffocatore, da una forma mentis, da un abito di egoismo chiuso, da uno spirito di ristrettezza e di vano orgoglio, dalla incomprensione verso gli altri che si accompagna alla supervalutazione di noi. Una tale liberazione dall’anticultura, che si annida pericolosamente nel mondo stesso della cultura, non può svolgersi altrimenti che affrontando la prova d’azione» (Aldo MORO – Al di là della politica e altri scritti, edizioni Studium 19452-1952, Editoriali – Decisioni, pagg. 72-75). 

 

25/03/2024

 

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