(Kevin Cattivelli | estraneità)

Non vorrei essere usato come un carme funebre. Ho staccato da un po’ di tempo i pensieri degli abusati limiti della mia ragione. Ho inghiottito tutte le frasi inutili umiliate dal mio pensiero. Mi pento di aver detto più che di non aver detto, poiché l’aver detto è in qualche modo una riflessione inutile per gli stolti. Le ansie prendono la forma del dolore.  Da bambino avevo un nome breve e leggero, ora quel nome si è appesantito di estraneità, mi è negato, prima mi identificava, mi accostava alla sostanza dell’essere e alla forma del mondo. Ora vorrei  non essere nominato, essere io stesso estraneità all’estraneo, a quel modo sensuale di non essere, di non dovere nulla a chicchessia, tanto meno a me stesso.

L’estraneità mi è agevole in questo momento per non cadere nelle canagliate della vita, di ciò che in un momento prende forma di una forma non desiderata. Non possiedo un nome. Posso pretendere di dire la verità senza dirla in qualsiasi conversazione inutile. Posso non essere padrone di nulla, del nome, dell’essere, dell’apparire, e parlare di macchie, di colori, di superficie di falsità. L’estraneità mi è confessione dell’assurdo e luce dei rifiuti e delle assenze. In fondo, le cose dette e non dette sono simboli e suoni di qualcosa che è inesistente e per tale ragione sono falsità edulcorate di narrazioni incompiute, come lo è la vita. Il pensiero è a decidere che cosa far esistere. Il nulla ci sorregge e ci alimenta di speranze. Aprire l’infinito per scorgere la vera nudità che è nulla. Rimane aperto sempre il cielo, ma più di ogni altra cosa ci è sempre estraneo. Cos’è dunque la caduta? Un abbaglio di luce adombrata di un passaggio ad un altro, senza alcuna sazietà. L’estate è sempre precipizio di qualcosa, con l’illusione che la speranza possa sfuggire al disastro. L’estraneità allora è l’insubordinazione al mondo. Rimane il rammarico del dubbio: avessimo fatto, avessimo scelto, avessimo non fatto. Non invoco certezze, né la parola dell’ineffabile e dell’indicibile della poesia, annuncio la consegna dell’appartenenza all’incognito, all’impensato (avrebbe dovuto dire o fare). L’estraneità è l’atto di possedere l’unicità di un atto originario. Solo questo mi è davvero localizzazione di una sicurezza nel suo transito verso la non interpretazione. L’estraneità non è un altrove, è semplicemente altro, sforzo di mettere in atto quell’- altro -.

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