Stanislao stava dietro ai vetri, taciturno e solitario, a spiare la vita esterna, estranea a lui, nonostante gli transitasse accanto. La sua finestra si poteva aprire in due modi, sul fuori e sul dentro. Un dentro che comunque gli era estraneo, sempre; un fuori che lo alleggeriva del tempo dell’inquietudine, derivante dall’eterna solitudine. Non aveva nulla da raccontare, da recriminare, da ricordare con piacere. Nell’inquietudine della propria vita aveva raggrinzito pagine di desideri mai appagati, come un minuzioso contabile teneva il diario dei desideri mancati, percepiti, inattuali, inventati.
E stava alla finestra del dentro e del fuori tutto il giorno ad osservare la vita. Non conosceva neanche più la sua voce. Il mondo esterno diventava il proprio Io in uno spazio indefinibile di tempo. Rincorreva ogni cosa, il volo del passero e il suo beccare briciole per terra, il bambino con lo zaino, la donna con l’ombrello, la pioggia battente una strana musica, il sole annegato nelle nubi, la luna pettegola, gli innamorati, i disperati.

Ed era curvo ad ascoltare le voci che percepiva, il passo cadenzato degli onesti, il suono della campana della vecchia chiesa. C’era, tuttavia, un rumore che lo scuoteva e lo faceva innamorare della vita, il vento. Quel vento dolce che si muoveva al passo di una ballerina russa su un prato verde con il fiume che armonizzava la melodia di un sussurro. Quel vento osava chiamarlo ‘tranquillità’ che prefigurava lo stato d’animo dei buoni e dei giusti, che appariva poche volte e mitigava l’inquietudine della propria esistenza.

Nel mese di maggio di un anno a lui funesto, quel vento si manifestò per l’ultima volta e pose definitivamente sui suoi occhi la dolcezza del tempo infinito che non corrode e non inganna, in una finestra soltanto del dentro.
Stanislao era l’eroe inutile che non aveva stagioni né donne. Era fertile dialogo di inquietudine.
Eppure era un uomo.
30/09/2024
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