L’aria ogni giorno è sbarazzina nella piazza principale del paese: c’è Paolo a parlare della sua squadra del cuore. Il  primo pensiero del mattino è il Corriere dello Sport per confortare e irrobustire la fede calcistica. Un amore che non ha mai subito tentennamenti neanche nei momenti meno fortunati e turbolenti degli scandali e degli imbrogli, della retrocessione in serie B, delle inchieste giudiziarie. Altre cose ormai che appartengono al passato, occultate, considerate come invenzioni d’inganni e maldicenze contro la Signora… Signora? Mah!

Chi avrà l’audacia di leggere queste righe sappia che dovrà liberarsi di ogni passione per la propria squadra, adorare l’unica e grande Juventus, non dovrà scandalizzarsi del contenuto poiché non vi è in esso né male né infezione semmai perfezione di fede. Meglio comunque di riso che di pianto scrivere. Voi tutti ochette  di interisti e milanisti, dediti a gufare per le imprese della Signora bella e tracagnotta che non declina inviti a passare da un letto all’altro, prostituendosi con eleganza. Ah, che donna!

D’altronde, Paolo Carachino è il tifoso per antonomasia, senza nulla spartire con Luigi G Longo (sfigato milanista), tantomeno con Antonio Scarpa – capo di una schiatta di tifosi interisti piagnoni. Il nostro Paolo con la sua capigliatura bianca e l’incedere veloce dei suoi piedi di piombo,  periodizza vittorie e coppe, scrive la biografia di Puffon, ama docciarsi con il Vidal.  È  l’uccello che canta le arie delle opere e sparge per la piazza l’armonia. Cinguetta la marcia  a tubo, istiga Quintino (il giovane Mourinho), si fionda nel Bar per caso, smonta teorie e strategie, urla Juventus; si inorgoglisce per la sua squadra vittoriosa contro il Monaco (militante nel campionato francese di serie B). Sorride e come un folle va su e giù per la piazza con in mano il giornale sportivo, diméntico ormai di quel conte dalla parrucca ballerina e dal temperamento irascibile che sul campo turco coperto di neve raggelò per la sconfitta subita.  Allora non c’era da stare allegri. Oggi invece Rubentus vince e fa incetta di calci di rigori: rigorosamente concessi dagli arbitri all’ultimo minuto secondo quanto stabilito dalle nuove norme del regolamento del calcio.

Paolo lo zebrato è il guru dei tifosi della Rubentus. Nella sua attività di catechizzare le giovani leve è coadiuvato da Dino, sul quale proietta il proprio credo facendo ricorso a qualunque fantastica e stupefacente teoria calcistica. Dino è il guardiano dell’impero juventino, discute pacatamente; è tra l’altro nietzschiano e non disdegna disquisizioni filosofiche al bar  accompagnate dallo scampanio di bicchieri. Ironico, sempre pronto a dimostrare e a denunciare l’assurdità malvagia dei tifosi antijuventini.

Paolo è anche il ragazzo perbene, disponibile e gioioso. Il suo negozio di calzature sito al lato estremo della piazza del paese è l’unico del paese. Senza dubbio è da considerare il più antico negozio: dal 1900 “veste” i piedi della maggior parte dei tugliesi. Il nonno Paolo fu abile artigiano nella sua bottega all’aperto nel cortile del Palazzo Panunzio; confezionò e riadattò scarpe consunte dal tempo e dalla fatica dei passi. Altri tempi – ovviamente senza nessuna audace comparazione con quelli calcistici – ma certamente più congeniali in un contesto di vita corroborato dalla condivisione delle cose e delle passione, con persone che insegnavano mestieri  ed educazione e sapevano mettere a profitto il tempo. Erano tempi in cui la vita non era bella e confezionata come adesso, bisognava adoperarsi e piegarsi alle regole della fatica. Paolo ha raccolto dal padre Gino la migliore tradizione artigianale e commerciale che con dedizione  porta avanti da molti anni. Che dire altro che possa fare felice Paolo? In verità, egli è maestro nell’insegnare ogni giorno agli amici la difficoltà che insiste nella complessità dei rapporti, significando nella semplicità – depurata dalle inutili inutilità della vita –  la sapienza del vivere tra un sorriso e una battuta, tra uno scherno e un indirizzo di serietà, tra un dolore e un piacere. E allora sia fatto a mo’ di stadio il coro Paolo for ever!

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