Tutti coloro che gli passavano accanto gli puntavano il dito addosso. Lo lapidavano con insulti e giudizi di ogni tipo. Camminava fra fantasmi nemici. A volte, si fermava in un angolo al riparo dalla gente e dal sole ingiusto di febbraio. Eppure, quanto più gli altri lo odiavano, lui tanto più li amava. Nell’estremo tentativo di collocarsi nelle loro anime aride, pensava che prima o poi si sarebbero ravveduti del consueto male perpetrato a mo’ di svago e di insensatezza. Vivere per gli altri era la sua tortura. Circondato da moltitudini, circoscriveva geometrie di cerchi obliqui su una pagina di inutilità. Invocava i monti del crepuscolo e strade strette e vicoli di luna, per una spiritualità di materia soltanto, senza criterio, senza sensibilità, senza dover mettere sentimenti, né pensieri, né inquietudini di spirito.
Prestava i suoi occhi agli alberi con un verde piacevole e così esterno ai suoi crucci e pene, così consolatore alle angosce. Matematico illustre, un tempo. Giaceva nei suoi studi di geometria delle piramidi sferiche dai calcoli stratosferici di algoritmi impraticabili e insidiosi di incerti teoremi egizi. Fra i numeri volti alla risoluzione immaginava le realtà altre nelle terre della veglia, escluse dai luoghi dei sogni dominati dai demoni e dagli incubi. Ed era felice di trovarsi, per caso e per tentata volontà di estromissione nel Nulla che significava morte senza speranza di un’altra vita, oltre un Dio della possibilità, e oltre la necessità di essere voluttuosamente vecchio, al di là di ogni colore spirituale di tutte le materie.

Eppure, nella sua mitezza, tutti gli puntavano addosso il dito, per lesa maestà all’ordine convenzionale e alle regole morali (immorali) di un Paese che gli fu sempre ostile per la sua ambizione di spirito libero e inventore di formule magiche e matematiche, irrise dagli stolti e dai falsi sapienti. Scrisse in una pagina sgualcita e immolata all’oblio del vento: «Se questa vita, oltre sé stessa, ci offre qualcosa per cui possiamo ringraziare gli dei, questa cosa è il dono di ignorarci: di ignorare sé stessi e di ignorarci a vicenda. L’anima umana è un abisso oscuro e vischioso, un pozzo fuori uso alla superficie del mondo. Un pozzo in cui le serpi prosperano e alimentano meraviglie che uccidono l’anima e danno morte per anemia».
Della sua esistenza lasciò ben poco. Soltanto un foglio: «Ci intendiamo perché ci ignoriamo». Morì il 27 gennaio dell’anno 1977, per una strada di campagna di Galatina, di ritorno dal suo paese. Giace nel cimitero di Lecce, nell’ultima tomba, a ridosso della recinzione, che dà lo spazio visivo ad una chiesa sconsacrata e venerata dai suoi pochi discepoli. E lì in quell’eternità di orologi senza tempo, sorride alla stupidità degli uomini che si sentono grandi e potenti.
27/06/2025
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