Siamo un po’ tutto, non ci facciamo mancare nulla. Parliamo, scriviamo, per mostrarci per quello che siamo, magari! Non sono le parole che ci vincolano alla verità, ma la nostra coscienza. Così iniziò il professore Tao Zha nell’aula dell’Università di Bri Ntez, preannunciando che avrebbe narrato la storia di un contadino.

C’era un tale, malizioso e cattivo, che lo scrittore cinese Xian Pj Fu (ancora in vita da circa duecento anni) descrisse nel suo libro ‘Le differenze’, di cui l’unica copia era conservata presso la Biblioteca nazionale di Taojmin.

Questo contadino viveva nel villaggio di Chouvian.  Aveva un caratteraccio: selvatico e demoniaco. In verità, pregava il suo demone di farlo morire quanto prima, poiché viveva da moltissimi anni ormai in un silenzio assordante. Nessuno gli rivolgeva la parola. Tutti lo detestavano. Si ergeva a supremo giudice di ogni questione, anche la più banale. Non sapeva però né leggere né scrivere, ma lui pensava di essere colto. Credeva di avere sempre in tasca la verità per tutti. Parlava in un modo in cui la lingua si adattava opportunamente al suo sentimento di odio verso la gente. Odiava anche sé stesso. Aggirava e alterava la lingua secondo il proprio stato d’animo. 

Un giorno cadde dall’albero rimestandosi fra cime e foglie, arrivò a terra con la fronte segnata di sangue e la bocca grondante di saliva. Gli altri contadini scapparono senza prestargli soccorso. Per terra strisciava come una serpe con la lingua in agguato per accalappiarsi qualche goccia d’acqua. Intanto, i contadini da lontano lo osservavano e godevano nel vederlo in quelle condizioni, frantumato come una pietra in mille granelli di polvere. 

Ad un tratto il professore smise di parlare e invitò gli studenti a concludere loro stessi il racconto. Non era facile. Quale conclusione plausibile sarebbe stata possibile azzardare per il contadino malizioso e cattivo? Uno studente propose di non concludere e di lasciare appesa la fine. Perché infatti proporre una conclusione? A che scopo? Per placare forse l’istinto di vendetta verso colui che aveva sempre seminato odio? Della vita del contadino rimaneva l’essenza del nulla, dell’inconsistenza di cui è fatto l’universo umano, quell’universo che rievochiamo allorquando se ne avverte l’esigenza per assenza e mai per presenza. Rimanga lì per terrà – accennò un altro studente – se lo merita, dovrà diventare l’inutile cadavere e la porzione di terra che lo conterrà non dovrà mai germogliare un fiore. Sì, pronunciò lo studente dell’ultima fila, la terra dovrà sentire il peso del suo sentire e la pena anonima di ogni suo sentimento. Dovrà in eterno riascoltare il peso delle sue parole rozze e viscide in una sorta di allegria triste. Una specie di autunno nelle emozioni e nel pensiero e un inverno rigido di parole e di significati. Di questa pena talmente acuta avvertirà il piacere  della morte. E quando la morte lo prenderà con sé avrà quella vita che non ha saputo vivere. l

Seguirono altre discussioni, quel giorno nell’aula, sino alla fine della lezione. All’uscita, gli studenti non ricordarono nulla e spasmodicamente si chiedevano quale fosse stato l’argomento trattato dal professore. Uno studente improvvisamente inciampò  e cadde rovinosamente per terra, con la fronte segnata di sangue, ansimando…

13/05/2024

 

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