Un venerdì del mese di luglio dell’anno 2011, durante la lettura della  Repubblica, il titolo “Colonie: sport, musica e niente cellulare, bimbi in vacanza come una volta attira la mia attenzione.

Va letto! Mi piace quel “come una volta”, a significare l’importanza delle cose di una volta.

Rovisto nella memoria e quanto sono riuscito a raccogliere ve ne parlo adesso, con la convinzione che se non vi annoierò, vi  avrò almeno resi partecipi di qualcosa che fa piacere ricordare. Nulla di speciale, soltanto semplici cose… di una volta.

I giorni della colonia, quei giorni ormai lontani erano belli. Negli anni Settanta, con un corredo fatto di piccole ed essenziali cose mi allontanavo dai miei genitori per trascorrere a Villa Tabor, località Cenate di Nardò,  un mese  di vacanza con altri ragazzi.

All’inizio tutti eravamo tristi e impacciati, ma con il passare delle ore ritrovavamo il sorriso e quel luogo sconosciuto si apriva lentamente per offrirci il meritato divertimento estivo. C’erano le regole da rispettare: l’alzabandiera mattutina, il canto, la preghiera, il silenzio, la messa.

La villa era gradevole, immersa nel verde con alberi di pino dritti e dalla chioma fluente; un viale conduceva alla chiesa e tutt’intorno uno spiazzo immenso delimitato da un muretto che non infastidiva ma proteggeva la  nostra permanenza. Si respirava serenità simile all’aria fresca e dolce di un mattino di primavera. Quando il sole alto s’apprestava a discendere sugli alberi, dileguandosi lentamente, con discrezione, e nel cielo apparivano i colori del tramonto, sedevo sul muretto a immaginare  respiri di luna.

Alle undici di mattina andavamo a Santa Caterina, scortati dalle signorine che in certe situazioni facevano fatica a contenere la nostra esuberanza.

Non eravamo abituati all’abbondanza delle cose; la fanciullezza era scandita da tante rinunce e quando riuscivamo ad avere qualcosa –  che comunque ci spettava –  potevamo considerarci fortunati.

Non conoscevamo l’isola mito di Mykonos. E non eravamo dediti al ciclo continuo del divertimento. Imparavamo a dosare studio e svago. Non facevamo uso di droghe, tequila e pasticche. L’unica concessione che ci permettevamo era un gelato, ogni tanto, da consumare con sapiente lentezza.

Non ci sentivamo braccati dagli squilli del cellulare, né avevamo la smania per gli sms, né possedevamo l’account su Facebook. La vita per noi bambini era cadenzata da un insegnamento continuo, in alcuni casi ossessivo, di preparazione e di educazione alla vita.

Leggevamo libri e discutevamo delle nostre letture, confrontavamo le opinioni, cantavamo le canzoncine e l’inno d’Italia, giocavamo.

Appuntavamo sui diari le impressioni e tutto quanto fosse degno di tracciabilità e di futura memoria.

Altri tempi! La colonia seppure con la sua aria da caserma dava allegria; e la voglia di stare insieme ci faceva sopportare meglio la durezza delle regole.

C’era la direttrice sempre pronta a redarguire e a dare una carezza quando ne ravvisava la necessità.

C’erano i nostri genitori che non staccavano mai gli occhi su di noi, ci seguivano sempre per raccomandarci virtù; c’erano i maestri; c’era la famiglia.

C’era la colonia.

C’era un bambino, Daniele, alto, magro, capelli neri. Non rideva mai. Taciturno. Sempre in disparte. Assomigliava a un piccolo lord. Avevamo soggezione di lui, una prudente attenzione a non infastidirlo ci evitava di avere guai, giacché  era guardato a vista dal personale della colonia.

Pareva, però, essere felice. La sua era una felicità discreta con evidenti e sporadici sorrisi di classica eleganza che facevano intendere che in lui vi era qualcosa di singolare. Era fin troppo educato. Non frequentava nessuno. Alla sua presenza silenziosa e perbene ci eravamo abituati. Lo rispettavamo e speravamo di diventare presto suoi amici.

Nella camerata dormiva al primo letto posto sul lato sinistro e nell’attesa dello spegnimento della luce leggeva il libro di Omero.

Una mattina al refettorio sedette accanto a me per fare colazione. Fu una buona occasione per scambiare due parole. Mi salutò con simpatia e garbo. Ci scambiammo le solite informazioni personali, ripromettendoci di giocare insieme quando saremmo andati al mare.

Quasi ogni notte però aveva spasmi respiratori che lo costringevano a un respiro affannoso e umido. La camerata all’improvviso si animava: la direttrice aveva un bel daffare nell’attesa che giungesse il medico chiamato d’urgenza. Daniele sudava sul suo letto, gli occhi si rimpicciolivano, le mani cercavano un appoggio per tossire e riappropriarsi dell’aria. Lo guardavamo con sconcerto e paura, qualcuno piangeva e urlava, qualcun altro scappava. Non comprendevamo il suo malessere.

Una notte le sue condizioni peggiorarono e fu portato d’urgenza in ospedale. Non lo vedemmo più. Il suo letto non fu occupato da nessuno. Continuammo la nostra vacanza, ma  intorno a noi c’era un vuoto.

Oggi nel mio divagare nell’infinito della memoria il ricordo di Daniele si è presentato prepotentemente, come a darmi spiegazioni di quell’assenza forzosa  che avvertimmo allora. Comprendo ora che i suoi silenzi avevano il sapore amaro di un destino accettato sino in fondo con dignità,  perché anche quando il coraggio non è ostentato ma riservato, costituisce davvero una differenza essenziale nei modi di vivere la vita.

Mi accorgo nel mio peregrinare verso i luoghi della memoria, confrontando il passato con il presente, che oggi  un eccesso di modernità ha escluso il senso del limite, elasticizzando all’infinito la trasgressione e l’apparenza.

Chiudo il giornale.

La storia ha graffiato la memoria.

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