Di lei non si seppe più nulla. Fortuna e tragedia. Sogno e realtà. Incantò con i suoi occhi di isola di felicità. Soffice nuvola. Mela acerba. Oro pendente dall’orecchio. Labbra modellate sul sorriso degli dei. Di altri tempi la sua storia a Tuglie nel 1650. Nei suoi diari privati recuperati, la bellezza è in ogni rigo. Poi sole, vento e pioggia. Ore lente e prive di senso. Destino uguale. Azzurro del cielo sporco di un bianco traslucido. Inattesi annunci di albe. Ignote forze e freddi silenzi. Con voce dolcissima cantava una canzone di un paese lontano. La canzone diceva le cose dentro ciascuno di noi e che nessuno conosce. Colpi spaziati di rumore. Tempi reclusi. Rose e spine in cuore. Ricordi rimestati. Eterni ritorni. Disse: ‘ho vissuto tanto senza aver vissuto. Ho pensato tanto senza aver pensato. Stanca di dei che non esistono. Il mio corpo è dolorante per lo sforzo che non nemmeno pensato di fare’. Si considerava la spaventosa differenza che c’è fra l’intelligenza dei bambini e la stupidità dei grandi. Rimangano le sue pagine di vita, ma di lei non si può conoscere che la sua bellezza.
La sua storia (forse) aveva tutta un’altra spiegazione… magari una storia nella storia di imprecisioni e inattualità, una storia che non riveste importanza collettiva, un’individualità che cerca un’altra condivisione interiore, che potrebbe destare emozioni in crocevia di destini diversi ma congiungenti nello spettro dell’eterna maledizione dell’esistenza. Donna bella e colta nel tempo inadatto della storia. Ma è davvero una storia? E se non lo fosse cosa sarebbe? Rimane la donna e non la storia, oppure la storia e non la donna? Esistenza come la nebbia che svanisce all’apparire del sole. Storia che non può cadere nell’immediato, nel presente, ma neanche nel passato, essendo il futuro tutto ciò che non rimane del presente e non si congiunge nel passato. E il passato non è nulla, neanche il ricordo di un presente, è soltanto un intermezzo nel cielo appeso della nostalgia. Di questa donna rimane ben poco, a decantare la sua bellezza si rischierebbe di impigliarsi nelle ragnatele di un ragno folle che non vuole tessere la tela ma è costretto a farlo per sconosciute ragioni. Si direbbe che questione è mai questa? Un mito che diventa racconto? E il racconto potrebbe essere un mito? Magari una favola in cui tutto è meraviglioso nella triste normalità dell’esistenza, misteriosa, affascinante e inconcludente nelle logiche del pensiero. Non è essenziale raccontare l’essenziale. Non serve, non è necessario, si raccontano soltanto le emersioni di pulsioni che come spade cercano il piacere della vita e lo ammazzano, stupidità di un agire che non raddrizza mai le sue priorità inconsce e si destreggia fra mille affari di vita, nelle nudità del destino beffardo e sempre in agguato a dare il meglio di sé in maniera tragica, in cui diventerebbe difficile spostare il fuoco altrove che brucia lo spirito e il corpo. Le fiamme quando bruciano lambiscono e colpiscono ogni cosa, quando esplodono muovono in ogni direzione e non perdonano. Il fuoco muore – non in cenere, come le cose e l’uomo – ma in disastri e in esuberanze di potere.
Angelica fu la donna che comprese il peso della colpa inutile e non dovuta, calata dal destino che è atroce e cieco. Non è la donna, non è la storia, è il dettaglio di vita che muove per altre ragioni e scopi, come il vento sposta e sistema, agita e allontana, chiude e apre, sempre in movimento, difficile da leggerne le verità, non dà nulla per scontato nelle evoluzioni di vita, ed è il risultato di situazioni contingenti e di conflitti interiori.
Allora, Angelica non fu la storia, ma la storia che divenne Angelica per raccontare la storia incomprensibile del mondo, e il tempo non ha nessuna importanza, né le contestualizzazioni potrebbero avvalorare l’esistenza di Angelica, mai indebolita, anzi rafforzata dalle scoperte del tempo in un periodo temporale indefinibile come l’infinito che vaga nell’universo senza trovare quiete.

22/05/2026
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