Soffoco!
 
Quest’aria d’acciaio, intrisa di umidità mi uccide.
 
Sulle pagine di un libro perdo la ragione, e le parole irridono la nevrosi di questo mio andare per lettura nei giorni di domenica.
 
La messa del parroco non mi distrae e alle omelie stantie e ammuffite preferisco il silenzio stupefacente di un albero di pino, malandato e artitrico che alla finestra del mio studio s’appresta per rimediare confidenza.
 
Comprendo che vorrebbe rivelarsi e narrarmi di sé, della sua vita immobile. È tanto che vive in paese e ha imparato a sopportare il rumore maldestro e l’indifferenza degli uomini. Non ha la chioma superba di una volta, ora è scheletrico, non sorride e del lungo vivere è stanco e vorrebbe congedarsi.
 
Gli confermo simpatia, ammirazione e riconoscenza per l’ombra che mi ha dato e che continua a darmi. Ogni mattina durante il rito del caffè e della sigaretta non ha mai fatto caso all’inquietudine dei miei giorni sospesi a mezz’aria. Ha sopportato l’insolenza del sole e mai ho udito il suo pianto sommesso. Lasciami ancora ombra forte e rassicurante. Concedimi immaginazioni di parole affinché del mio vivere possa lasciare traccia nei campi incolti delle pagine di un diario. Non morire, resisti. Dimmi cosa posso fare per te. Non lasciare che i tuoi aghi inizino il viaggio sui treni dell’abbandono. Fa’ che i passeri costruiscano ancora i loro nidi su i tuoi rami. Dammi bellezza di natura e io continuerò a respirare vita e non ti curare della gazza ingorda che spavalda osa far casa da te.
 
Parlami, albero. Recuperiamo il tempo sperperato nei giorni di giovinezza. Non lasciare che la luna preferisca un’altra chioma alla tua per poggiare le sue luci di tenerezza durante le notti di marzo a rassicurare passerotti. Sopporta lo strisciare della serpe per grattarsi di sole sul tuo corpo di gigante. Albero, non iniziare il movimento lento e piacevole dell’andare per morte.
 
La tua mania giovanile di vivere in paese ha destato in te il fuoco del rimorso, hai fatto quello che hai potuto per dare splendore di albero e molti hanno taciuto la propria meraviglia per te, per l’albero grande, forte e bello che eri.
 
Mi dolgo e della tua sofferenza mi approprio non per confortarti ma per eterna riconoscenza. Sei saggio e sai che sfuggire non puoi al tuo decadimento. Ogni giorno avverto il tuo mesto inchinarti verso la terra che ti diede vita e che ora chiede morte.
 
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Albero, tu che conosci il momento propizio per lasciare cadere i tuoi aghi, raccontami della giovane Aurora che all’ombra dei tuoi rami conobbe anticipazione della fine di giovinezza. Ne ho sentito parlare qualcosa da bambino.
 
– Aurora era una giovane bellissima, alta, magra con i capelli splendenti. Non ho mai dimenticato i suoi occhi di azzurro che nel lasciare lacrime mattutine durante le preghiere per sconfiggere il male di respiro, diventavano gravi e melanconici. Ed io forte, il migliore fra tutti gli altri alberi, mi adoperavo a stipare aria pura per lei. A nulla valsero le cure dei medici venuti da Bari. Il padre di lei costruì questa villa, nei pressi della collina a Tuglie, nell’estremo tentativo di consentirle di respirare aria buona per i suoi polmoni.
 
– E dimmi, albero, com’era la giovane Aurora? 
 
– Era dolce come la luna da spalmare di notte sulle nuvole di aprile. Bella come la Primavera che al mattino s’adorna di fiori. 
 
– Il destino era contro di lei. 
 
– Sì, il giorno stava per congedarsi e le ombre della notte si stabilirono nella pineta per smorzare i nostri respiri. Tutto doveva compiersi. L’ora del distacco sopraggiungeva e Aurora, sul letto con le lenzuola di lino, cadde come foglia, sfuggita all’attenzione di un dio. 
 
– Albero, tu piangesti? 
 
– Piangemmo tutti, tanto da spogliare le nostre chiome. Invitammo gli usignoli a cantare una nenia d’amore per lei, la nostra dolce Aurora.
 
– Poi cosa successe? 
 
– La villa fu abbandonata. Il padre non volle più rimettere piedi. Lasciò ogni cosa al suo posto.
 
– Che triste storia mi hai raccontato.
 
– Mio caro amico, io non conosco altre storie, soltanto questa, che è la più bella fra tutte, perché Aurora è nel giardino dei fiori e degli alberi della luna e attende il mio arrivo. Ecco perché io non ho paura di morire, anzi chiedo che la mia morte subisca un’accelerazione per godere dell’innocenza della natura quanto prima.
 
– Albero, ma non pensi a me?
 
– Ti penso e continuerò a pensarti. Ti chiedo soltanto un favore!
 
– Sì, dimmi quale.
 
– Ti prego di non ricordare nulla di quanto abbiamo parlato. 
 
– Perché? 
 
– Non ricordare, fa’ che la storia di Aurora nasca al mattino e muoia al tramonto come la ninfea che lei volle nella sua villa. 
 
– Ma perché vuoi questo? 
 
– Non sono io a volerlo, ma lei. 
 
– Ti prego, aiutami a capire! 
 
– Perché questa storia appartiene a noi. Non vogliamo che la gente se ne appropri e come spesso succede aggiunga dell’altro. Vogliamo che rimanga così com’è, semplice, ma bella nella sua tragicità. 
 
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Questa terra del Sud che hai amato e fatto tua, ti ricorderà e continuerà a sperare che ci siano sempre alberi come te, che nei giorni di fuoco siano sempre buoni per dare refrigerio al respiro affannoso dell’uomo del Sud che fatica ancora a rendere magia alle notti e ai giorni del sole. E semmai un giorno un poeta dovesse accorgersi di te canterà l’incerto profilo del paesaggio che rendesti romantico senza mai interrompere giorni felici. Di Aurora e la sua triste storia non proferirà parole mai con nessuno, ma lascerà intendere con gli artifizi della poesia la storia, non svelerà nessun dettaglio e canterà dai muri altissimi del cielo la bontà degli alberi di pino.
 
E io, caro albero, non dimenticherò le tue parole che hanno impressionato il mio cuore a tal punto che ora vorrei porre fino all’amarezza delle ore che accompagnano il dubbio e dell’opprimente melanconia che mi circondano. Dovrò attendere altri alberi. Dovrò fare a meno del tuo respiro, dei tuoi silenzi di resina, della tua dolce compagnia che ha saputo raccontarmi la storia di una giovane che negli alberi ha cercato la vita e li ha amati sino alla fine. Ora sei vecchio, malandato, gli uccelli ti scansano, calvo, bruciato dal sole, eppure non dai segno di viltà, sei fiero, il sole ti ha forgiato acciaio. Ecco vorrei essere come te. Io che ho sempre paura, e la notte non dormo, e mi spaventa il buio, e tu mi dai coraggio.
 
Chiunque da questa storia vorrà trarne bellezza interiore legga queste pagine con pazienza e bontà, e non si ponga la domanda se la storia qui narrata allude a qualcosa di realmente accaduto in un piccolo paese del Sud. E voglia perdonare l’autore per eventuali omissioni e inesattezze.
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