Si vende aria. Dove acquistarla non si sa, ma è in vendita. L’annuncio scritto con il colore rosso è posto sulla parete bianca di una casa del Salento, semplice, cubica e con una porta centrale. Una casa di sempre, quanto basta per alloggiarvi e viverci serenamente. Non so dove sia, in quale punto e luogo è ubicata, ma non ha importanza.

È comunque un preannuncio di una colossale pubblicità, che certamente partirà a breve: il solo avviso della vendita di aria di per sé non basta, bisogna specificare in che modo è confezionata e dove acquistarla, quanto costa, chi la produce. Ma sarà in vendita in farmacia?  Spero sia “aria del Salento”

Questi salentini sono geniali: dopo aver inventato “lu sole”, “lu ientu” e “lu mare” e aver fatto della pizzica l’affare più remunerativo degli ultimi anni, eccoli tirare fuori dal cilindro l’aria da vendere. Non è una cosa da poco. Anzi! Il gioco all’incanto è partito, le meraviglie da esportare sono tante: dalla frisa allo spumone, dal pesce fresco del mare Ionio alle “mpille”. Ora anche l’aria. Quante cose! Quanta produzione di sorprese. Il Salento è così meravigliato di se stesso che nessuna cosa lo distoglie dall’assuefazione dell’insoddisfazione. Sembra essere ossessionato a re-inventarsi il luogo, il mare, la terra,  il vento per resistere all’usura della meraviglia che ha contaminato tutto. Un ciclo continuo di eventi pizzicati, sagre, prodotti gastronomici, magliette, feste, festival per stupire le genti. Solo questo: stupire con lo stesso effetto dei fuochi pirotecnici per squarciare il cielo e appropriarsi dell’infinito.

Il Salento è la terra dei messapi e dei greci, un luogo antico e mitico.  Ha chiese solitarie in ogni parte con piazze ornate di merletti e  stupefacenti campanili. Ha due mari che convivono da secoli, senza mai litigare. Ci sono i palazzi dei nobili a ricordare splendori di un tempo. E poi i castelli dei principi, le torri guardiane disseminate sulla coste che affascinano, e ancora la littorina della Sud-Est che serpeggia lenta e felice fra la campagne di ulivi secolari e vitigni profumati. Questa Terra ha i suoi riti religiosi con le processioni che rappresentano  la costante speranza e fedeltà a Dio di un popolo che della credenza ha fatto la propria ragione di vita.

Perché dunque l’idea di vendere aria? C’è da chiedersi chi potrebbero essere gli ipotetici fruitori di quest’aria dalle caratteristiche ancora non conosciute. Spero non sia la bravata di qualche buontempone o la trovata di qualche vecchia fattucchiera ancora in vita in qualche paese dell’estremo Salento, che ha compreso il businnes che ruota intorno al territorio. Chissà magari quest’aria – ed è proprio il caso di dirlo – darà respiro all’economia asfittica dei mercati turbolenti nazionali e internazionali.

Salentini furbacchioni che tralasciando le peculiarità di una terra generosa ogni giorno sfornano un’idea bizzarra per continuare a far credere che il luogo è incantato. Lo è certamente fintantoché non viene deturpato dalla smania di farlo diventare a tutti i costi una cartolina e fare mercato di immagini, parole, usanze che altro non sono che autentiche falsità dal punto di vista storiografico e antropologico.

Consoliamoci con l’aria, quindi. Poi forse le cose si aggiusteranno. Poi forse un giorno il Salento scoprirà la memoria, quella vera, taciuta e soffocata per far posto alle invenzioni e alle tradizioni blasfeme. Ora c’è un pentolone strapieno di rimasugli di tradizioni  ed esplosioni folcloristiche di una gente che fatica a comprendere gli sviluppi chiassosi di un’idea del Salento da sfruttare senza remora e  che trasfigura l’identità di una terra semplice e devota al mare e al sole.

Speriamo che quest’aria da vendere faccia bene e contribuisca a ossigenare le vene di quanti non vogliano capire che l’esasperazione delle meraviglie non porterà nessun beneficio al Salento. Rappresentare ciò che è,  senza condizionamenti e strampalate invenzioni, questa è l’unica cosa da fare.

Senza la pretesa di avere scoperto nulla di particolare, ma con l’auspicio di avere almeno tentato di togliere la solita foglia di fico che pretende di coprire un bel niente e dare alla realtà la sua giusta dimensione, desidero riportare di seguito alcune fra le più interessanti testimonianze anche  di coloro che hanno visitato il Salento e ne sono rimasti stupiti.

Il giornalista e scrittore Roberto Cotroneo nell’intervista rilasciata al Quotidiano l’8 agosto 2011 ha riaffermato la sua idea di sviluppo ideale per il Salento rappresentata dall’offerta culturale che può creare durature occasioni di sviluppo, non le stupidaggini ossessivamente prodotte ed esibite. Questo è l’obiettivo da perseguire: l’unico che nel tempo può dare a questa Terra quello che effettivamente merita.

Il poeta e saggista Franco Antonicelli (1902-1974) in occasione di un viaggio in Puglia in compagnia di Italo Calvino scrisse: […] correvamo verso un punto preciso, un nome, uno scoglio, in cui con la Puglia finiva anche l’Italia. Ora la testa, la chioma dell’Italia si sperde in monti e foreste di altri paesi, e i confini non si avvertono, ma il mare è l’infinito, il mare è il vero limite di un paese. Anche Reggio è alla fine della Penisola, ma subito dopo c’è l’isola e subito dopo l’Africa, non c’è tempo da perdersi. Ma a Leuca sì. […]

Carmelo Bene (1937-2002) ci ha lasciato un segno indelebile del suo pensiero per il Salento: “Una tolleranza di sì disparate correnti, come il trascolorare dello Ionio, non si è mai verificata in nessun’altra zona d’Italia. Quando si dice Puglia, non si deve mai confonderla con quella fascia del Salento, che giù, fino al Capo di Leuca, detta ancora Magna Grecia. Dove fino a pochi anni fa i portuali greci si lasciavano intendere nei dialetti indigeni di Calimera, Gallipoli ecc.”.

Pier Paolo Pasolini (1922-1975),  racconta le sensazioni di un suo viaggio in questo modo: “ […] Volo per la costa meno nota d’Italia: mi trascina una gioia tale di vedere che quasi son cieco. Qui infatti tutto minaccia di non essere: la costa piatta, i paesi arabo-normanni (arabi nella parte umile, normanni nella parte eletta, chiese e muraglie), il mare. Tutto è come bevuto, frastornato dalla luce. Riafferro la vita a Gallipoli. Misterioso centro, esistente, di una regione che non esiste. È del resto una città a sé, uno stato, un po’ come Cutro. Perfetta anch’essa come Taranto, protesa, biancheggiante, in un mare squisito, puro selvaggio. In quello slanciato ammasso di case bianche, inalenato da lungomari e da moli, la gente vive una vita autonoma, quasi ricca, si direbbe, quasi non ci fosse soluzione di continuità con qualche periodo della storia antica, che io non so, né faccio in tempo a capir: il demone del viaggio mi sospinge giù, verso la punta estrema. Ci si arriva lentamente, mentre intorno la gente si trasforma, si muove in piccole ondulazione, si ricopre di ulivi. Santa Maria di Leuca si stende lungo il mare con una fila di villini liberty, lussuosi, rosei e bianchi, incrostati di ornamenti, circondati da giardinetti: sembrano appena abbandonati. […]

Ora, l’autore dell’annuncio del “Si vende aria” non me ne voglia se istintivamente ho approfittato della sua idea per esternare riflessioni e raccontare ancora una volta a modo mio il Salento.   E mi perdoni per aver travisato il senso di quella frase che nelle sue intenzioni significava ben altro rispetto a quanto da me scritto. Volutamente ho giocato sull’equivoco, sbeffeggiando e ironizzando su una frase che sostanzialmente è significativa della tenacia della gente del Sud che anche nella comunicazione scritta e verbale è originale.

E difatti la gente del Salento è veramente straordinaria. Un contadino alla domanda di un forestiero che gli chiedeva  come facesse a conoscere l’ora pur non avendo nessun orologio, rispose: la nostra terra è disseminata di orologi. Ed è vero, qui il tempo è la nostra risorsa. Non necessita di accelerazioni né  di spasmi culturali per raccontare storie di vita. Le narrazioni sono già scritte dappertutto. Chiedono soltanto di essere lette.

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