Vocali

A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali

Io dirò un giorno i vostri ascosi nascimenti
A, nero vello al corpo delle mosche lucenti
Che ronzano al di sopra dei crudeli fetori,

5  Golfi d’ombra; E, candori di vapori e di tende,
Lance di ghiaccio, brividi di umbelle, bianchi re;
I, porpore rigurgito di sangue, labbra belle
Che ridono di collera, di ebbrezza penitente;

U, cicli, vibrazioni sacre dei mari viridi,
10 Quiete di bestie al pascolo, quiete dell’ampie rughe
Che alle fronti studiose imprime l’alchimia.

O, la suprema Tuba piena di stridi strani,
Silenzi attraversati dagli Angeli e dai Mondi:
–   O, l’Omega ed il raggio violetto dei Suoi occhi!

Rimbaud elenca le vocali e dà ad ognuna un colore, al fine di svelare le origini arcane (gli “ascosi nascimenti”) della parola partendo dall’unione delle sue unità minime. Lo scopo è di rivalutare la sinestesia, intesa come fenomeno sensoriale/percettivo, per pervenire a quella conoscenza immediata del Tutto, in piena libertà di immaginazione soprattutto quando la parola non è sovraccaricata del suo valore logico. In questa lirica si intravede la dichiarazione programmatica del poeta che intende attraverso la teoria delle “corrispondenze” di Baudelaire, precisare le sensazioni suggerite da suoni, forme e colori.

3-5 A, nero… d’ombra: La A, col suo colore nero, suggerisce l’immagine della peluria fitta e scura che copre il corpo delle mosche che ronzano sulle sostanze in putrefazione. La vocale A quindi è associata al senso della ripugnanza e paura (golfi d’ombra), cui per analogia corrispondono immagini che attivano campi sensoriali diversi (sinestesia), come la vista delle “mosche lucenti”, il suono (“ronzano), l’olfatto (“crudeli fetori”), con una notazione di paura.

5-6 E, candori… re: Il bianco associato alla lettera E evoca nella fantasia del poeta immagini di purezza. Difatti le lance di ghiaccio a volere intendere i picchi alpestri acuminati esprimono nella interezza di una espressione lessicale nel migliore modo il significato di bellezza della purezza che il colore bianco fa esplodere. Efficace è l’immagine dei “brividi di umbelle” che allude all’increspamento e variazione di colori e forme del prato di fiori causato dal vento (metonimia).

7-8 U, cicli… l’alchimia: Il verde della vocale U con la sua circolarità è simbolo di calma, perfezione. Il ciclo allude anche all’infinito ripetersi della storia e della vita, e soprattutto alla figura dello studioso, che della storia e della vita ricerca la verità ultima e profonda. Vibrazioni sacre dei mari viridi: gli armenti in movimento sui verdi (viridi) pascoli disegnano, agli occhi dell’osservatore, minime variazioni di colore; da questa immagine affiora la figura dello studioso con l’aggrottarsi pensoso della fronte attraverso appunto l’associazione del movimento quasi impercettibile delle bestie.

12-14 O, la suprema… Occhi!: Il blu è il colore del cielo, che nell’immaginazione trasporta nei mistici silenzi dell’universo, al cospetto della Tromba (tuba) del Giudizio Finale. Questa vocale tonda, chiusa, circolare dà il senso dell’eternità; essa diventa “l’Omega”, l’ultima lettera dell’alfabeto  greco, la fine quindi di ogni cosa, ma anche l’inizio dell’approdo alla conoscenza dell’enigma della vita. La visione dei grandi “Occhi” misteriosi e dal colore violetto, nel verso di chiusura del sonetto, sancisce il raggiungimento doloroso dell’identità con il Tutto che è principio e fine di ogni cosa.

Nella lirica l’associazione tra vocali e colori sviluppa immagini che non hanno nessuna relazione con la realtà ma sono espresse secondo il sentire soggettivo del poeta, che rifiuta il valore usuale delle parole. Imprime, o meglio, gli dà forma al di fuori di ogni convenzione. Le vocali sono materia prima delle parole, ma disgiunte da esse il poeta ha dato significati suggeriti dal loro suono e colore. La lirica costituisce una delle più significative applicazioni della “tecnica delle corrispondenze, teorizzata da Baudelaire e che sarà spesso utilizzata da altri poeti.

(Elio Ria, il ragazzo dalla faccia pulita. Saggio su Rimbaud. Copertina di Gabriella Torsello)

Poeta maledetto?

Rimbaud il poeta maledetto? Forse sarebbe più opportuno definirlo “benedetto”.  L’espressione “poeta maledetto” ha superato i limiti di un’epoca. Essa designa in generale un poeta che rigetta i valori della società: un ribelle che conduce uno stile provocatorio pericoloso facendo consumo di alcol e droghe. Questo appellativo di maledetto lo attribuì Verlaine a sé stesso, ma esso coinvolge in un alone indefinibile altri autori di epoche diverse. Nel caso di Rimbaud l’aggettivo “maledetto” oggigiorno risulta essere riduttivo, non appropriato, anche perché la sua ribellione contro le regole sociali che irride i sentimenti, che non si piega alle sottomissioni borghesi, in realtà sono dei tentativi di aprirsi all’incontro, di sollecitare risposte, di creare fratellanze. Ha cercato di spezzare il silenzio, dando alla parola valore di scambio. Scambio con la vita, da un lato. Ma anche scambio con i suoi contemporanei, amici, maestri, cercando di incontrarli nello spirito di <carità>.

Rimbaud a sedici anni  scrive la lettera del 25 agosto 1870, indirizzata a Georges Izambard2 (pubblicata per la prima volta nella <Nouvelle Revue Française> , 1° gennaio 1912):

[…] La mia città natale è la più idiota tra tutte le cittadine di provincia. […] Sono disorientato, malato, furioso, istupidito, stravolto; speravo in bagni di sole, in passeggiate infinite, nel riposo, in viaggi, avventure, insomma nella bohémienneries; speravo soprattutto in giornali, libri… Niente! Niente! Il corriere non manda più niente alle librerie; Parigi si beffa di noi con grazia! Non un solo libro nuovo! È la morte! Eccomi ridotto, in fatto di giornali, all’onorevole <Courrier des Ardennes>, proprietario, amministratore, direttore, redattore capo e redattore unico. A. pouillard!

Alchimista delle parole e dell’immaginazione oltre la misura dell’infinito. Nelle Illuminazioni (1874) costruisce il modello poetico che esclude i canoni della poesia,  ma altre strade che conducono nel tempio delle visioni e delle allucinazioni con la prospettiva di vedere dentro la realtà le cose che sfuggono alla percezione dei sensi, quando essa è solitamente traviata dal quotidiano immaginario.  È il sacerdote della fantasia che riesce ad appropriarsi del suo trono, importa ed esporta sensazioni opponendosi alla semplicistica trattazione emozionale; taglia con il bisturi della genialità le carni delle parole per estrarne odori, colori e suoni per assoggettarli ai nuovi mondi che di volta in volta riesce a realizzare con il suo fare poetico. Tutto avviene in sintonia con il suo credo che non è maledizione o sregolatezza oppure ribellione alla morale, piuttosto al godimento surreale delle immagini. Compone versi  e mondi di poesia, in una continua confusione dei sensi per meglio adattarli alla veggenza.

31/12/2024

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