La lingua parlata o scritta ha in sé la storia lunga di un popolo, di una civiltà. Qual è la differenza tra lingua e dialetto? Non tutti gli studiosi concordano su una risposta unica e condivisa. A ogni modo, si può dire che il dialetto potrebbe essere definito come una lingua utilizzata da un gruppo ristretto di persone, in un luogo specifico e che non ha usi ufficiali (si dice che una lingua ha usi ufficiali allorquando è utilizzata in tutte le strutture della società – scuole, uffici pubblici e nei tribunali). In linea di massima, noi salentini possiamo comunicare in dialetto pugliese con altri pugliesi, sarebbe difficile e anche incomprensibile comunicare con romani, veneziani e altri. Tuttavia, il fatto della ristrettezza di influenza della zona geografica in cui sono in uso i dialetti non implica che essi siano da considerare a tutti gli effetti anche lingue nazionali. Sono lingue difatti perché sono in grado di esprimere e comunicare qualsiasi cosa.

Le prime tracce scritte del dialetto salentino risalgono al sc. XI e sono rinvenibili in 154 glosse con caratteri ebraici, contenute in un manoscritto conservato a Parma, la cui datazione si fa risalire intorno al 1072, proveniente da una scuola talmudica di Otranto. Il dialetto salentino usato nelle glosse si pone fra latino e volgare, con la presenza di parecchi grecismi.

Il dialetto salentino, come la maggior parte dei dialetti, non ha una grammatica con regole standardizzate e univoche, al contrario ogni paese del Salento ha sviluppato costrutti ed espressioni fonetiche che si differenziano con il dialetto dei comuni limitrofi, semplificando si può dire che i dialetti del Salento si possono raggruppare in due gruppi: a Nord il brindisino, a Sud invece il leccese o il gallipolino.

Sono molti gli scrittori che nei secoli passati hanno utilizzato il dialetto per scrivere le proprie opere: Giambattista Basile pubblicò in dialetto napoletano Lo cunto de li cunti; Carlo Goldoni scrisse in veneziano molte commedie;  I sonetti  di Giuseppe Gioacchino Belli  in vernacolo romanesco. In tempi più vicini a noi, ricordiamo Pier Paolo Pasolini che scrisse poesie in friulano, Albino Pierro in dialetto lucano e Tonino Guerra in quello romagnolo.

Nell’area salentina spiccano le opere in dialetto magliese di Nicola Giuseppe De Donno, quelle di Erminio Giulio Caputo e Francesco Morelli in dialetto leccese, Giuseppe Greco in dialetto parabitano. La specificità delle opere di questi poeti sta nel rapporto con la propria terra, nel quale affiora la denuncia di una realtà amara che inchioda e fa soffrire, ma al contempo offre  spunti di riflessione che sublimano la bellezza particolare di un luogo che potrebbe essere Eden ed inferno, ansia e tranquillità, amore e odio. Nel tempo il dialetto si è perfezionato eliminando i divari concernente il lessico e le strutture, con l’acquisizione di numerosi neologismi, misure metriche più idonee, concertazione di simboli e metafore. Vanno anche ricordati i lavori letterari di De Dominicis ai primi del Novecento e quelli di D’Amelio nell’Ottocento. Questi ultimi hanno espresso in rima i loro umori personali e i sentimenti legati alla municipalità del luogo. Ce ne dà una prova Pasolini nel saggio introduttivo in cui segnala l’inconsistenza di una tradizione dialettale pugliese (Poesia dialettale del Novecento, Guanda, Parma 1952).

I dialetti sono un patrimonio culturale di elevato valore, nonostante nel passato hanno avuto una considerazione di importanza minore, perché considerati lingue inferiori che impedivano l’apprendimento della lingua italiana. All’Unità d’Italia solo due o tre italiani su cento parlavano correttamente l’italiano, il resto parlava soltanto il dialetto. Lo sbaglio, nell’insegnamento della lingua italiana, consisteva nel non considerare il dialetto la lingua materna. Per tali ragioni il dialetto era vietato in ambito scolastico, ed era una cosa di cui bisognava vergognarsi. Fu un errore e questo errore durò per oltre un secolo. Oggi le cose sono cambiate, quasi tutti conoscono e usano l’italiano, portando sotto certi aspetti in sofferenza il dialetto, nel senso che molte locuzioni, proverbi, termini tipici della lingua dialettale non sono conosciute dalle nuove generazioni. Vi è il rischio che il dialetto con il tempo subisca un declino costante, a discapito di una tradizione culturale, letteraria e sociale. Non dimentichiamo che dalle parole si possono estrapolare tre concetti fondamentali: 1) per mezzo della filologia il passato si può ‘ricostruire’ ma anche ‘costruire’; vale a dire, la lettura di un testo significa interpretarlo, e interpretarlo significa renderlo attuale; 2) tra un lettore e il testo c’è una distanza temporale, spaziale e culturale che va affrontata storiograficamente; 3) per Croce, ogni micro-storia ha un impatto ben visibile nel presente, vicino o lontano che sia. da questi concetti si evince che la storia a farle da sfondo, la lingua apparirebbe piatta, senza appunto le complessità e le vicissitudini di cui è caratterizzata. Ebbene, è proprio il lessico di una lingua che muta a seconda del contesto storico e di coloro che la parlano, ma questa mobilità del lessico, soprattutto dialettale, ha generato molti scompensi nell’ufficialità delle cose e degli eventi, portando anche a ritenere che al dialetto appartengono parole sconce, proibite., volgari. Possiamo dire che il dialetto è un ospite dell’italiano, con cui si confronta costantemente, formulando locuzioni di un certo impatto e adottando una terminologia d’urto. Non a caso, il dialetto può diventare una forma ibrida di dialetto e di italiano. Ne è una prova la produzione di Andrea Camilleri, il quale fa adottare al suo commissario Montalbano un dialetto che di certo non è quello che si parla in Sicilia. Questa ‘forzatura’ di Camilleri è da ascrivere ad una esigenza letteraria di forzare i limiti del dialetto, nonché di rendere più comprensibile, masticabile e suggestivo il dialetto parlato dal commissario.

Il dialetto oggi è in una condizione di vulnerabilità culturale, dovuta all’avanzare di nuovi linguaggi giovanili operanti nei social e nelle comunicazioni private, ed anche alla scarsa sensibilità delle istituzioni di preservare la cultura dialettale. Un ruolo importante ce l’hanno i poeti, quelli veri, che dovrebbero mantenere vivo il linguaggio dialettale nelle forme poetiche. Scoprire il dialetto vuol dire non praticare inutili revival linguistici con uno scavo sentimentale nostalgico, serve invece un impatto con i temi più importanti del nostro tempo: la quotidianità, gli affetti, le tradizioni popolari, le tragedie, la religione. Il connubio tra poeta e temi deve essere perfetto in sintonia con la bellezza del luogo. Il poeta dialettale diventi un ‘vastasi‘, un sobillatore, un trasgressivo, liberandosi dei canoni poetici ammuffiti e stantii, mostrando di possedere coraggio nel valorizzare la lingua dialettale, fornendole mutazioni linguistiche e fonetiche nuove, stupefacenti.  Innovazione e armonia di custodia nel dialetto sono le dure prove da affrontare nel terzo millennio.

 

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