Il poeta oggi ha il dovere di deludere, di sconsacrare gli altari della poesia. Egli scrive quando gli altri dormono beatamente nel pieno della notte, quando la carne brucia e il pensiero s’infiamma di visioni altre, fuori misura, incontenibili, manifestamente sensibili alla coscienza. Il poeta lavora sul nulla, sugli scarti, sulle macerie delle delusioni e delle sofferenze. Non basta il caffè al mattino. Non è sufficiente il cielo ad aprire speranze. I rimestatori di verità odiano il poeta.

Il poeta muore da solo, d’altronde anche in vita non sa stare in compagnia. Nell’assenzio la poesia si droga d’irrealtà, nelle parole si manifesta in dignità. I suoi intenti sono cangianti, non in uniformità di realtà, vede il presente in un divenire complesso, fuorviante di logicità. Non è facile capire le immagini e i simboli che di volta in volta si presentano tra le pieghe di un momento estensibile e non riducibile. Osservare è una fatica che impegna in derivazioni di comprensioni. Osservare l’orizzonte vuol dire porsi la domanda a che cosa serve l’orizzonte, qual è il suo scopo, cosa intravedere, quale utilità trarne? Cosa dirne? Perché? Una fatica che si moltiplica in infiniti algoritmi concettuali che – a momenti – disorientano, distaccano la retina dalle capacità intellettive. Osservare è studiare l’osservazione e l’immagine che si produce. Una duplice fatica che si biforca e non dà soluzioni di vista, ma soprattutto di comprensione.

Bisogna allora inventare, qualcosa, ma non è necessario, forse. Inventare per continuare a sperare in un momento di disvelamento della realtà, allorquando  le parole sopperiscono all’incapacità dell’osservazione, dell’osservabile e del dire. Il poeta traduce la lingua intraducibile della realtà, se mai ne sia capace. Gli strumenti sono pochi e inadeguati, impossibile scalfire ed entrare in profondità della realtà ben cementificata. Ci si deve accontentare di percepire appena un indizio di suprema illimitatezza e di disorientamento che spaventa e  dà qualche possibilità di comprensione. Ecco perché il poeta inventa mondi e realtà, spacciandoli per verità, erigendosi a profeta. Costruisce altari senza santi e madonne di altri tempi. Mente e della menzogna fa il proprio destino sino alla morte. Non è affidabile. La poesia è così inutile che ci si illude che nella sua inutilità possa trarre una qualche variante di utilità. Una questione di inganni letterali e concettuali. Tutto rimane lì dove è ignoto. Rimbaud fu inghiottito dall’ignoto. Le corone d’alloro non si addicono ai poeti: la gloria li falsifica.

26/11/2024

(Visited 53 times, 1 visits today)