<Il dialogo dei poeti con gli uomini è necessario> afferma Quasimodo <più delle scienze e degli accordi tra le nazioni, che possono essere traditi>

L’esperienza tragica e al contempo traumatica della guerra ebbe un’importanza decisiva nella vita e nell’arte di Salvatore Quasimodo. Attraverso essa Quasimodo, costretto a fare i conti non più soltanto con la sua dimensione individuale, ma con una tragica situazione storica, perviene a un cambiamento radicale non solo dal punto di vista umano ma soprattutto poetico.

Il compito che si impone all’intellettuale non è, per Quasimodo, tanto quello di raffinata rielaborazione formale di nobili sentimenti, ma quello più urgente di “rifare l’uomo”

<Io non credo> scrive Quasimodo <alla poesia come consolazione, ma come strumento a operare dentro l’uomo>. Il poeta non può consolare nessuno, il suo impegno è quello di rifare l’uomo, quest’uomo disperso sulla terra, confuso, sofferente, angosciato, del quale conosce i pensieri, le ansie, la voglia di fare.

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