Vivien nata nel 1877 a Londra da padre scozzese e madre americana, fu una raffinata e colta poetessa che amava Parigi e il francese come lingua letteraria. Frequentava un ristretto numero di persone, ma l’incontrò che segnò una svolta della sua vita fu quello con Natalie Clifford-Barney, avvenuto nel 1899. Barney era già nota per le sue avventure con donne. A Natalie Renée Vivien dedicò molte poesie e il testo in prosa Une femme m’apparut (Donna m’apparve, 1904), in cui si delinea la sua visione radicale del rapporto tra i sessi: «Gli uomini non li amo né li detesto […] Rimprovero loro di aver fatto molto male alle donne. Sono avversari politici». Imparò il greco per tradurre Saffo.

Nella poesia di Vivien si ritrova lo spirito dei poeti maledetti e torna alla mente Fleurs du mal di Baudelaire. In vita non fu riconosciuta, anzi fu condannata dai contemporanei, frustrata dai loro insulti. La usa sensibilità esasperata preludeva a un senso di fallimento e autodistruttività che contribuì alla sua fine prematura all’età di 32 anni.

Natalie dirà più tardi: «La sua vita è stato un lungo suicidio, da cui ho cercato invano di salvarla, ma forse era predestinata, visto che tutto, nelle sue mani, diventava Cenere e Polvere?». Cendres et Poussières è il titolo di una raccolta di versi della poetessa. Sembrava aspettare con impazienza la morte, l’unica in grado di liberarla dalla vita: una seccatura inutile che diventa obbligatorietà, pena, inferno di esistenza. Il suo mal di vivere trovava sollievo nell’alcol e nella droga. I vari tentativi di suicidio non erano altro che l’intenzione di entrare in quell’inferno dei poeti, in cui avrebbe potuto lanciarsi a capo fitto nelle lussureggianti fiamme. Era un modo per sentirsi fiera nella felicità di un mondo molto grande e pieno di magnifiche vie da percorrere senza impedimenti.

Il suo modo di amare esprimeva un senso di profonda disperazione, quasi a cercare nella morte la possibilità di essere come avrebbe voluto, sfuggendo definitivamente all’enigma di ‘essere’.

Arrivò alla fine dei suoi giorni consumata nel corpo, pesava appena trenta chili e aveva bisogno di un bastone per reggersi.

Si dice che a lei risalga la scelta del viola come colore simbolo dell’omosessualità femminile. Le violette erano i suoi fiori preferiti.

 

24/03/2023

 

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