Non avremo più passi da fare finché chiederemo soltanto spicchi di sole.

E la luna non avrà cielo. E le stelle fioriranno. E nei deserti un sole rabesco darà nuova vita e s’insedieranno nuove genti. E nuovi scrittori scriveranno le storie che appariranno all’orizzonte limpido. E nuovi poeti verseggeranno. E forse ci salveranno. Immagineranno incanti. Suoneranno la lira. Metteranno in subbuglio gli animi. Navigheranno oceani quieti e racconteranno  lo stupore per il plenilunio bianco.  E non mentiranno. E andranno con il tempo a cercare il tempo. E rinunceranno alla  tentazione della superbia. Non profaneranno nessun pulpito. Non rimugineranno parole. Diranno ciò che vedranno.

La nave dei poeti è nel porto. Il viaggio abbia inizio!

Il tempo però non acceleri oltre l’infinito e non ne ostacoli la navigazione. Dia moderazione al travaglio per la conclusione di un sogno. Non abbia fretta, ma sappia ingannare l’immobilismo dell’eternità.

Nella stiva vi è la biblioteca: i libri attendono vento per sfogliarsi senza pudore:  liberi per essere letti e raccontati.

I poeti preparino, dunque, nuovi passi. Fra poco il  loro mondo dovrà  muoversi. Non dovranno deludere. Sapranno, ancora,  raccontarci qualcosa: un’unica versione di ciò che pure è raccontabile altrimenti; volta ad accertare la legittimità delle pretese, avanzate dall’incessabile voglia di compendiare e significare parole e sentimenti, parole e realtà, parole e immaginazione.

Un tentativo emblematico per scovare ovunque lo spirito e condurlo alla luce dei confini di albe. La parola seduce il poeta, lo affascina a tal punto che prima o poi lo uccide affinché la fine del poeta sia la continuità della parola. Ed è pura idolatria per la scrittura che consente ciò che al pensiero è negato, di rendere singolare il plurale, di riscattare il dettaglio, di affrontare ciò che viene immediatamente prima del dopo.

Maledetti poeti che non sanno mai dove andranno a finire, che non disdegnano malizie e approcci incipriati di passioni.

Maledetti poeti che ogni giorno siedono alla mensa della poesia a consumare pasti d’immaginazione che non danno sazietà.

Maledetti poeti, navigatori esperti di mari, creduloni che non abitano luoghi né città e stanno dappertutto.

Maledetti poeti dediti al vizio di verseggiare, imparentati con le parole di ogni ordine.

Poeti che aggrediscono i misteri, combattono il disordine per strapparne un ordine, ascoltano il silenzio per estrarne un brandello di suono per costruire, sempre. Non danno urgenza al loro daffare, pigri e indecisi e lenti molestano le parole, le aggiustano e le inventano.

Maledetti poeti che non sopportano i giorni lunghi e noiosi, e nelle notti di luna assente dormono e lacerano fogli bianchi d’insonnia, stufati come sono dalla voglia di essere poeti.

Poeti, io vi voglio bene. E del mio affetto questa sera ho voluto parlare, magari esagerando parole; ma in quel libro immenso della poesia, della grande poesia,  che voi possedete vorrei esserci. Intanto nell’attesa dello strappo decisivo io vi leggo. E quando davvero il sacrificio dell’olocausto delle parole sarà compiuto – senza equivoci – io diventerò muto, procedendo all’inevitabile da-farsi affinché si compia il dire ulteriore di  ciò che ancora non è.

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