Cantar de mio Cid costituisce lo splendido esordio della poesia volgare spagnola e rappresenta il primo documento della poesia epica ispanica giunto fino a noi.

 Il Cantar, poema epico o “cantare di gesta” castigliano, tratta della vita di Rodrigo Díaz conte di Vivar, condottiero meglio conosciuto come El Cid Campeador o Mio Cid  “mio signore”; Campeador invece è la forma spagnola del cognome latino Campi Doctor che significa “campione”, vincitore nel combattimento giudiziario o duello). Rodrigo fu un nobile castigliano, un guerriero e una figura leggendaria della storia spagnola. Fu signore di Valencia dal 1043 fino all’anno della sua morte.

Il poema si articola in 3730 versi anisosillabici*, strutturati in versi che variano dalle 12 alle 20 sillabe. Esso si conserva in un unico manoscritto del secolo XIV mutilo di tre fogli (quello iniziale e due interi).

L’opera fu scoperta nel 1779 da Tomas Antonio Sanchez e vi era riportato il nome di Peter Abbat, un giullare o forse un copista.

Il manoscritto è considerato patrimonio nazionale ed è conservato presso la Biblioteca Nacional di Madrid.

Il poema narra fatti realmente accaduti, anche se ampiamente romanzati.

È composto di tre canzoni (cantares):

  • La canzone dell’esilio (El cantar del destrierro)

  • La canzone delle nozze (Elcantar de las bodas)

  • La canzone dell’oltraggio di Corpes (El cantar de la afrenta de corpes)

Nella prima parte del poema, Rodrigo Diaz, vassallo del re, viene da questi esiliato perché accusato di essersi appropriato dei tributi dovuti dai mori ad Alfonso VI. Lascia la moglie Jimena e le figlie Elvira e Sol nel monastero di Gardena. Vaga per la Spagna con un gruppo di amici fidati, compiendo imprese contro i mori fintantoché non riconquista Valencia.

Cantare Primo (Cantare dell’Esilio) [ vv. 1-9]

   Tanto negli occhi suoi piangendo fortemente,

    il Cid volgeva il capo e li stava a guardare.

   Vide le porte aperte, gli usci senza serrami,

    e le pertiche vuote, senza pelli né manti,

5  tutte senza falconi, senza astori mudati.

    Il mio Cid sospirò, ché aveva grandi affanni,

    e parlò bene il Cid, con parole misurate:

    «Siano grazie a te, Padre, che stai in alto!

    Mi hanno ordito questo i nemici malvagi».

 (Il Cid piange, ma non è un pianto di cui vergognarsi. No, è un pianto da eroe. Nella letteratura medievale piangono anche gli eroi. Vede i suoi palazzi devastati, spogliati di ogni bene, gli hanno portato via perfino i rapaci usati per la caccia).

***

Nella seconda parte del poema le sue figlie sposano gli infanti di Cárion**, su proposta del re Alfonso VI.

Cantare Secondo (Nozze delle figlie del Cid) [ vv. 2070-2090]

2070    Uscendo dalla messa, tutti riuniti sono

            e prontamente il re dice queste parole:

            «Uditemi, miei fidi, e voi nobili e conti!

            Propongo un desiderio al mio Cid Campeador,

            e voglia Gesù Cristo che si risolva a suo pro.

2075    Le vostre figlie chiedo, donna Elvira e donna Sol,

            che le diate come spose agli infanti di Carrión.

            Mi sembra matrimonio ben degno e vantaggioso.

            Son essi che le chiedono, e volentieri li appoggio.

            Dall’una parte e dall’altra, tutti quelli che qui sono,

2080    gente mia e gente vostra, si uniscono al mio voto.

            Concedete, mio Cid, e vi assista il Creatore».

            «Figlie già da marito», risponde il Campeador,

            «non avrei, perché in età giusta non sono.

           Han nome di prestigio gli infanti di Carrión:

2085   degni delle mie figlie e d’altre anche migliori.

            Io le ho messe al mondo ma le formaste voi,

           e siamo in mani vostre, io non meno di loro.

           Perciò affido a voi le mie care Elvira e Sol.

           Datele a chi volete, io lieto ne sarò».

2090   Dice il re: «grazie a voi e a tutta questa corte».

 (Il re Alfonso VI chiede al Cid di dare in sposa agli infanti di Carrión le figlie Elvira e Sol, considerando il matrimonio degno e vantaggioso. Gli infanti di Carrión sono rampolli di illustre casata e intendono sposare le figlie del Cid per mero tornaconto).

***

Nella terza parte del poema le figlie del Cid vengono flagellate a sangue e abbandonate seminude in un bosco dai loro mariti che in questo modo intendevano vendicarsi della derisione di vigliaccheria di cui erano stati oggetto in varie situazioni. Grazie all’aiuto di Felez Muñoz, nipote del Cid, esse riescono a ritornare presso la corte. Il padre addolorato e offeso chiede giustizia al re. Alfonso VI convoca le Cortes a Toledo e ordina l’inizio del processo, intimando tra l’altro ai due infanti la restituzione della dote ricevuta dal Cid. Alla conclusione del processo si conviene di disputare un duello fra tre valorosi compagni del Cid da una parte e i due infanti con Asur Gonzales dall’altra. Il duello è vinto dai campioni del Cid. Dopo il duello due sconosciuti cavalieri chiedono per i loro signori, il principe di Navarra e il principe di Aragona, la mano delle figlie del Cid, che accetta e avviene un nuovo matrimonio che fa di donna Elvira e donna Sol due regine.

Cantare Terzo (L’oltraggio di corpes) [ vv. 2985 – 2994]

(Il re Alfonso VI convoca le Cortes a Toledo)

2985  Sono in gravi pensieri gli infanti di Carrión

          perché il re a Toledo ha riunito le cortes;

          temono che vi sia il mio Cid Campeador.

          Tra loro si consigliano quanti aprenti là sono:

          di assistere alle cortes li dispensi il lor signore.

2990  Dice il re: «Dio mi salvi, questo non lo farò!

          perché ci sarà pure il leale Campeador,

          e a lui risponderete, già che è in collera con voi.

         Chi non volesse farlo o non verrà alle cortes,

         abbandoni il mio regno, ha perduto il mio favore»

[ vv. 3695 – 3699]

(Gli onori ai vincitori del duello)

3695 Con onori ne escono i tre del Campeador;

         per la grazia di Dio hanno vinto lo scontro.

         È grande la tristezza in terra di Carrión.

         Di notte il re congeda i tre del Campedaor,

         ché non subiscano assalti e non abbiano timore.

[ vv. 3719 – 3724]

(Il matrimonio di Elvira e Sol con il principe di Navarra e il principe di Aragona)

3719 Festeggiano le nozze donna Elvira e donna Sol;

        grandi furon le prime, ma queste son migliori,

        e assai più che in passato il Cid sale in onore.

       Vedete come s’innalza chi nacque in ora buona:

       ha le figlie signore di Navarra e d’Aragona,

       ed i sovrani di Spagna parenti oggi gli sono.

[ vv. 3725 – 3730]

 (Morte del Cid avvenuta nel 1099, molto probabilmente nel mese di luglio, del giorno non si ha nessuna certezza)

 3725 Crescon tutti in onore per chi nacque in ora buo – na.

         Questa vita lasciò il Cid, di Valenza signore,

         nel giorno di Pentecoste; Cristo l’abbia in perdono.

        Così sia con tutti noi, o giusti o peccatori.

        Sono queste le imprese del mio Cid Campeador,

        e ora, in questo punto, ha fine questa storia.

***

(I versi sono tratti da Cantar de mio Cid, Cantare del Cid, traduzione di Luigi Fiorentino, edizione integrale bilingue, Mursia)

Note

*ani?osillàbico agg. [comp. di an- priv. e isosillabico] (pl. m. -ci). – Nella metrica, versi a., i versi che non presentano sempre lo stesso numero di sillabe, come per es., nella metrica quantitativa, gli esametri (mentre sono isosillabici i versi delle strofe saffiche, alcaiche, e di altri sistemi eolici); con riferimento alla metrica accentuativa, spec. delle origini della poesia romanza, sono così definiti i versi che, pur rispettando il ritmo, sono ipermetri o ipometri.

**Il sostantivo infante, dal latino infans, ovvero colui che non ha ancora l’uso della favella, individua un bambino in tenera età.

Nella monarchia spagnola e nell’ex monarchia portoghese, infante (al maschile) o infanta (femminile) è il titolo dato al figlio o alla figlia del sovrano regnante a partire dal secondogenito, ovvero colui che non è l’erede diretto al trono, stando a indicare che l’infante o l’infanta sono figli del monarca (in Francia si diceva enfants de France).

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