Il modo di dire dialettale si collega alla favola della volpe, che fu costretta a recidere la coda per liberarsi da una tagliola in cui era andata a finire. Persa la coda la volpe incominciò a disperarsi, allora alcuni animali del bosco dispiaciuti, le fecero una coda di paglia, con la promessa di non svelare mai il segreto a nessuno. Però anche gli animali assommano a sé stessi i vizi e le virtù degli uomini e un galletto chiacchierone svelò a tutti il segreto della volpe, fino a giungere alle orecchie dei padroni della fattoria. Questi per salvare le proprie galline pensarono bene di accendere tutte le sere un fuoco intorno ai pollai, per cui se la volpe avesse osato avvicinarsi al pollaio avrebbe rischiato di bruciare la coda. Da tutto ciò, nasce il modo di dire che è essenzialmente rivolto a tutti coloro che hanno commesso qualche sciocchezza e vivono con la paura che si sappia in giro.

Molto convincente sembra la ricostruzione fatta da Ottavio Lurati nel suo Dizionario dei modi di dire, Milano, Garzanti 2001, che fa riferimento all’usanza medievale di umiliare gli sconfitti o i condannati attaccando loro una coda di paglia con la quale dovevano girovagare per la città. La coda, indubbiamente, rappresenta il simbolo del grado della condizione sociale di persona a quello di animale. la perdita della coda che viene compensata con una di paglia esplicita la consapevolezza del proprio errore, la vergogna, l’umiliazione.

Vi è anche il detto la cuta è cchiu forte a scurciare, per ricordarci che qualsiasi parte finale di un progetto è sempre la più ardua da realizzare.

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Curiosità (Enciclopedia Treccani

(https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/parole/Modi_di_dire16.html)

Coda di paglia è inoltre ben radicato nel lessico parlamentare dell’Italia repubblicana, usato quasi sempre da deputati di opposizione: lo usano il comunista Palmiro Togliatti nel 1950, riferendosi ai democristiani, e il socialista Pietro Nenni nel 1952, parlando di «coda di paglia del patto Gentiloni»; il missino Giorgio Almirante nel 1967 parla di «qualche eminente o eminentissimo uomo politico, che ha, evidentemente, la coda di paglia» (il riferimento è a Aldo Moro); nell’ottobre 1998, il segretario del Partito della Rifondazione comunista Fausto Bertinotti, che pochi giorni prima aveva negato la fiducia al primo Governo Prodi, decretandone in pratica la caduta, fa lo stesso nei confronti del nuovo governo guidato da Massimo D’Alema, notando tra l’altro la «coda di paglia di un atteggiamento di contraddizione tra il detto e il fatto». Usò l’espressione in verità anche Giulio Andreotti, nel 1970, riferendosi al liberale Vittorio Badini Confalonieri. L’uso si è fatto poi sempre più frequente nelle più recenti legislature: nell’ultima, per esempio, l’espressione è stata usata in discorsi alla Camera dai deputati Sara Moretto e Ivan Scalfarotto di Italia Viva e dal leghista Edoardo Ziello.

 

04/10/2022

 

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