Lockdown nella lingua dialettale assume un altro modo di espressione più colorito, roccudaun.  Scopro questo neologismo tra le pagine frenetiche e bizzarre di facebook, coniato da un mio compaesano, e da subito attrae la mia attenzione, mi fa sorridere, provo piacere nel ripeterlo, mi diverte. La bellezza di un dialetto che toglie l’austerità ad un termine inglese e gli conferisce un significato di allegria, che in questo periodo di assoluta incertezza per la nostra esistenza certamente fa bene allo spirito. Quindi, roccudaun invece di lockdown, per sdrammatizzare una restrizione, e continuare ad avere fiducia. Il dialetto che si oppone alla sterilità di un termine preso in prestito da altre lingue, ma anche dalla politica e dal Governo, per rivendicare l’appartenenza alla nostra bella lingua italiana e ai nostri dialetti. Il nostro modo di esprimerci in dialetto semplifica le situazioni ma anche le pericolosità, le negatività, i piaceri, la bellezza della vita, il nostro modo di guardare e di essere al mondo. Il dialetto è la lingua dell’esistenza umana che si tramuta nelle forme  e nelle logiche di saggezza del popolo, il quale non si sottare alla cattiva sorte ma tenta in ogni modo di sopprimerla, o quantomeno di addomesticarla. L’auspicio è che questo neologismo dialettale sostituisca il brutto anglicismo di cui tutta Italia si serve, nonché si introduca con forza anche nella ‘logica’ del virus per destabilizzarlo e annientarlo.

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