Poche cazzuole, molti computer. Il segno dei tempi è scandito dal computer, dagli algoritmi.  Cosimo Rizzo, in una chat, con una locuzione spicciola ma veritiera ci dice qualcosa del lavoro oggi,  troppi intellettuali, pochi operai.

Lo spunto è interessante e mi sembra opportuno ragionarci su, per comprendere un po’ meglio il mondo del lavoro, con le sue differenze e diversità, diseguaglianze, sfruttamenti, precarietà.

Il lavoro intellettuale prevale su quello manuale, che per rimanere in tema, lo accostiamo  alla cazzuola (cucchiara), utensile adoperato dai manovali e operai. All’operaio diamo la fisicità, la fatica, mentre  all’intellettuale, in quanto capace di assumere compiti di progettazione, direzione e organizzazione della manualità esecutiva, diamo una posizione di prestigio.

La cucchiara non è un attrattore sociale e seppure in maniera semplicistica si può spiegare così la carenza di operai nell’edilizia e nell’industria. In questo percorso involutivo la condizione della famiglia è decisiva almeno nelle condizioni di partenza e nelle conseguenti opportunità di accesso a scuole e università. Sono molti i giovani – apparentemente meno dotati – che limitano al minimo lo studio per carenza di strumenti linguistici, di abitudine alla lettura, al riflettere e all’argomentare. In tal modo il cosiddetto ‘ceto medio‘ trasforma un vantaggio iniziale in privilegio permanente, sbandierando la laurea come conquista di avanzamento nella scala sociale, guardando con ‘disdegno’ al lavoro manuale. Va sottolineato che parlare di cultura del ceto medio, della sua cultura in quanto trasmessa dalla scuola, si rischia di confondere il sapere creativo e critico con un bagaglio di nozioni. Dimentichiamo spesso che il lavoro manuale è creatività, capacità di costruzione e di elaborazione progettuale delle cose, portando a ragionare che la cultura appartiene a pochi e il lavoro manuale a molti. Ciò spiega anche il netto divario retributivo e normativo che penalizza ancora oggi gli operai.

Nel tempo si è tentato di dare una certa importanza al lavoro manuale inventandosi la ‘tuta’ o il ‘grembiule’ che distinguevano gli appartenenti a una determinata fabbrica, in questa ottica nascono i ‘colletti bianchi’. Espressioni come ‘lavoro operaio’ o ‘manualità‘ sono ambigue e stantie. Il chirurgo, lo scultore non svolgono un lavoro manuale? Immaginare di poter dare una netta demarcazione fra il lavoro manuale e quello intellettuale è impossibile per la difficoltà di definire caratteri peculiari dell’uno o dell’altro. Non esiste un lavoro manuale che non comporti anche contenuti di professionalità, così come non esiste un lavoro intellettuale che non esiga una certa fisicità gestuale. La concezione del lavoro manuale si adatta ad epoche ormai remote, quando i lavori di base, detti ‘umili’, erano svolti da analfabeti, i quali in realtà fornivano soltanto, in molti casi, una mera energia muscolare, impiegata in modi ben più capillari e diffusi delle altre due fonti accessibili di forma matrice: il vento e l’acqua corrente (L. Firpo, Il concetto del lavoro, ieri, oggi, domani, Fondazione Agnelli Quaderno 18/1978).

Non è più accettabile l’immagine riduttiva del semplice lavoratore manuale: il contadino non si limita più a zappare la terra, guida il trattore; lo spalatore manovra la scavatrice; l’industria alimentare si avvale di operai specializzati per la conservazione e trasformazione di prodotti. Nel lavoro manuale e intellettuale l’intelligenza e la creatività sono necessarie. Fra il contadino medievale e il moderno conduttore di trattore c’è un abisso di conoscenze tecnologiche, anche se identica fosse rimasta la loro cultura umanistica, né l’uno né l’altro non hanno mai letto Esiodo o Virgilio.

Ritornando all’espressione picca cucchiare, troppi pi-ccì possiamo sottolineare che certamente non c’è un pericolo di discriminazione di classe né tantomeno un richiamo alla lotta di classe, ma un preciso intento di rilevare la peculiarità di una società che avanza a ritmi elevati nella geografia dell’algocrazia, privando l’uomo del lavoro animato dalla passione e dalla creatività, dalla riflessione, dal piacere di stare a contatto con le cose della natura per trasformarle in utilità. Va riscoperto l’alto adempimento morale del lavoro, a cui sono state educate generazioni ormai mature: il lavoro nobilita l’uomo, contribuisce a soddisfare le esigenze della società con eticità. I lavori sono contraddistinti da una smisurata mappa di prestazioni, oneri, compensi, gratificazioni, risulta complesso e problematico riunirli in un denominatore comune. Oggi vige l’accessibilità al superfluo, l’ostentazione dello sperpero, l’impunità dei prevaricatori, l’inflazione. Viene meno il concetto di lavoro, che porta con sé dignità e parità di diritti. Non è lavoro far vendere agli immigrati in condizioni di clandestinità collanine. Non è lavoro pensando solo all’homo ludens che si trastulla, respingendo l’immagine dell’homo faber. 

Il lavoro non è più quello di una volta, ci sono più competenze, specializzazioni, interessi e progetti, l’evoluzione sociale ha conseguito dei benefici indiscutibili anche in situazioni di inadeguatezza dell’istruzione secondaria e universitaria riconducibili a carenze normative e a riforme scolastiche, ma anche e soprattutto all’incomunicabilità fra due ambiti, quello lavorativo e quello istruttivo. Siamo ancora nelle paludi di una cultura accademica asfittica, baronale, fossilizzata, rinchiusa nelle gabbie personalistiche, con piani di studio inadeguati e privi di attenzione alle vere esigenze educative e formative. Oscar Wilde: Tutti coloro che sono incapaci di imparare si sono messi a insegnare. Come in tutti i paradossi, anche in questa citazione, c’è qualcosa di vero, ma anche di esagerazione. Tuttavia, la battuta di Wilde ci deve portare a un esame di coscienza, prima di accusare gli studenti di superficialità e svogliatezza, devono farlo gli insegnanti. La formazione segua criteri oggettivi in linea con la contemporaneità e soprattutto con l’aspetto umano di chi si vorrebbe istruire. Il lavoro va per proprio conto, l’istruzione prende vie diverse, entrambi non collidono, condividono ben poco. Lo studente non è un pre-fabbricato, si fa giorno per giorno, si costruisce pezzo per pezzo, attraverso la scuola, la famiglia e la società. Dobbiamo evitare che siano soltanto gli amici a formarlo nei bar, nelle discoteche nei pub. In conclusione, possiamo dire, che anche la cucchiara è uno ‘strumento’ di formazione, di comprensione del lavoro e soprattutto di piacere nel dare senso alla propria creatività.

 

18/10/2022

 

 

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