Marisciu, il tempo salentino

Indica proprio il meriggio, cioè le ore più calde della giornata, e per estensione anche il primo pomeriggio. È una forma dialettale derivata da meriggio, in cui il passaggio a marisciu è una normale evoluzione fonetica del salentino. Altre forme: mirisciu (Brindisi, Lecce, Melissano, Vernole), murisciu (Lecce, Salve), merisciu (Lecce).

Modi di dire: lu carcu de marisciu (la punta massima di calore). Facimu dopu lu marisciu (Dopo il meriggio iniziamo a fare le cose). Nu scire ti marìsciu (Non uscire durante il meriggio). Lu sule te ‘ncappa ti marìsciu (Il sole del meriggio ti colpisce).

Non è un momento della giornata, ma un tempo sociale e simbolico, regolato dal sole, dal lavoro e da credenze popolari. Possiamo classificare questo ‘tempo’ particolare della giornata in tre aspetti: tempo del riposo, tempo del silenzio, tempo proibito.

Il tempo del riposo
D’estate il lavoro nei campi iniziava molto prima dell’alba. A mezzogiorno, quando il sole picchiava forte e toglieva il respiro, si smetteva di lavorare. Uomini e animali cercavano il sollievo dell’ombra di un ulivo, di una pajara, oppure rientravano in casa per mangiare e dormire qualche ora. Il merisciu era una necessità fisiologica prima ancora che una consuetudine culturale.

Il tempo del silenzio
Il merisciu era l’ora in cui tutto si fermava, scandito dal silenzio che dominava il paese e la gente. Perfino gli animali sembravano immobili.  Tutti a riposare nel letto, adulti, bambini e giovani, nessuno poteva sottrarsi da questa incombenza di rito.

Il tempo proibito
Al marisciu (controra) erano associate numerose credenze. Era vietata qualsiasi attività poiché si temeva la vendetta del sole che poteva tradursi in malessere generale. Per cui i bambini erano particolarmente sorvegliati affinché evitassero giochi e passeggiate. Accanto alla spiegazione pratica (evitare il colpo di sole), esisteva una dimensione fantastica: il marisciu era considerato l’ora in cui potevano manifestarsi anime, spiriti o presenze misteriose, e vigeva l’obbligo di non disturbarli.

La gente nel passato considerava il tempo secondo la giusta misura, santificando ogni suo momento. La questione oggi come allora non è il tempo in sé, ma noi nel tempo. Ovvero, ricercare sempre il bene delle cose materiali e immateriali. Il concetto di tempo smette di essere una variabile condizionante e diventa semplicemente uno spazio neutro in cui il bene può essere fecondato per l’oggi e per il domani. Attraverso il tempo ‘siamo’, ‘esistiamo’. Ogni tempo è il ‘tempo dell’opportunità’, del ‘compimento delle cose’, del fare e disfare. Nella tradizione orale salentina era tenuto in buona considerazione, e non era permesso uscirne fuori. La saggezza popolare che nel tempo si riverbera nei proverbi, mostra il ‘tempo di qualità’, che costruisce le conseguenze dell’agire, alcune prevedibili, altre imprevedibili.

Forse l’idea più caratteristica della cultura salentina è che il tempo non si combatte: si osserva e si asseconda. Il contadino sapeva che il raccolto dipendeva dall’attesa, dalle piogge, dalla maturazione naturale dei frutti. Per questo la pazienza era considerata una virtù fondamentale. Questa visione emerge anche nel lessico dialettale: parole come marìsciu, controra, scurata (il calare della sera), ncrinata (l’inclinarsi del sole verso il tramonto) non indicano solo un’ora, ma un insieme di attività, sensazioni e comportamenti condivisi.

23/07/2026

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