Te na sciumenta càmbara nu nde pijare mai la fija, ca ci nu cambariscia tutta, nu picca se ssamija, vale a dire ‘Di una cavalla dalle gambe storte non devi prendere mai la figlia perché se non ha le gambe storte almeno un po’ le assomiglia‘. Càmbara dal latino cammarum, gambero, e l’accostamento al gambero in effetti è poco conciliabile con il difetto delle gambe, anche in considerazione che questi crostacei acquatici presentano sul torace tre paia di massilipedi (paia di arti), muniti di chele, che non sono vere e proprie gambe. Forse, la spiegazione sta nel fatto che i gamberi hanno un sistema denominato ambulacrale, situato intorno alla bocca, dal quale si originano cinque canali, sui quali sono situati i ‘pedicelli ambulacrali’ che sporgono all’esterno delle estremità che funzionano da ventosa e costituiscono l’organo di locomozione.

Oggigiorno, questo proverbio a Tuglie non è molto in uso, ricordo che in passato gli anziani lo riprendevano spesso nel delineare un aspetto poco dignitoso che riguardava una persona, in particolare di sesso femminile. La traduzione del proverbio a tal proposito potrebbe portare in inganno, considerato che il riferimento è a un difetto fisico dell’animale, tuttavia la corrispondenza invece è alla donna, alla femmana di facili costumi. Il proverbio invita dunque a stare attenti nell’innamorarsi oppure a prendere in moglie la figlia della madre cambàra (poco incline alla fedeltà coniugale), poiché anche la figlia se non è del tutto cambàra come la madre certamente un po’ le somiglierà nel carattere.

Come si può vedere il dialetto spesso è utilizzato come strumento linguistico per la costruzione di determinati cliché, nel nostro caso in riferimento all’onorabilità della donna, dove l’etichettamento è così forte da imprimere un valore al costume e alle tradizioni locali.

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