Molto spesso i ragazzi vivaci, impudenti, senza alcun ritegno, in gergo dialettale venivano etichettati come faccirramata, a significare appunto la derivazione del termine dal viso (facci) con cui esternavano il loro carattere e dalla connotazione di stravaganza (ramata). Questo modo di dire non è più in uso nel parlato da un po’ di anni.

Facciramata perché non si accettavano le regole e si preferiva esternare il dissenso, il disappunto, ma anche la voglia di essere liberi. Perché ramata? Il termine è una derivazione di rame, voce diffusa specialmente nell’uso romanesco; Pier Paolo Pasolini lo usa nel suo romanzo Ragazzi di vita, nell’indicare una stecconata, e non ha quindi nessuna corrispondenza con ciò che vorrebbe intendere il nostro termine dialettale tugliese. Possiamo azzardare che il termine stia a denotare la brillantezza del rame, che  associata alla fisionomia del viso ne tratteggia il carattere peculiare della persona. 

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