Caremma, pupazzo di donna vecchia e brutta, esposto sui balconi allorquando finisce il carnevale e inizia la quaresima. Deriva da quaresima, che a sua volta deriva dall’aggettivo latino quadragesimus (quarantesimo). In particolare, caremma deriva dal francese carème, il quale a sua volta prende la derivazione da quadrigesimus. La caremma è il simbolo della penitenza quaresimale dopo la baldoria del carnevale (carniale) del quale essa è la vedova, ed è costretta a vivere in miseria, per tale ragione il fantoccio è corredato dal fuso e dalla conocchia, attrezzi tipici del lavoro femminile; in una mano invece tiene un’arancia in cui sono conficcate sette piume di gallina, ognuna di essa corrisponde  auna settimana. L’ultima piuma è tolta la Domenica delle Palme e la vecchietta viene bruciata appesa a un filo su di un palo.

Alcuni studiosi sostengono che il rito della caremma nasce da riti precristiani, e si può azzardare ad affermare che nell’antichità essa fu un personaggio vivo, sostituito poi dal pupazzo. Il fuoco libera il tempo da tutte le cose del passato, facendo iniziare un periodo di purificazione e di salvezza. In passato la caremma era un simbolo forte della cultura salentina, che con il tempo si è affievolito, come è accaduto per tanti altri. Cultura popolare che nei riti scaramantici trovava la forza e la passione di ‘contenere’ le forze avverse, una sorta di totem della speranza e della fiducia nella natura in cui fede e magia si coniugavano e si declinavano nelle forme di sopravvivenza. Cosa rimane di quel rito? Solo una semplice rivisitazione spettacolare svuotata di ogni significato. Il rito oggi è memoria non storica ma dell’immaginario, di qualcosa che si vuol far rivivere nel presente, spulciandone qualche estemporaneo entusiasmo.

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