A cavaddru castimatu nde luscia (lucida) lu pilu, colui che bestemmia il cavallo non fa altro che rendergli il pelo più lucido. Un proverbio che esorcizza la maledizione ricevuta dall’invidioso o da colui che porta rancore nei confronti di una persona. Il verbo bestemmiare è in aderenza al significato di maledire, colpire, far male. Il cavallo a cui luccica il pelo è in buona salute, quindi la maledizione lanciata si riverbera in un stato di benedizione.

Come si può vedere dall’immagine ad opera di Giotto, custodita nella cappella degli Scrovegni (Padova), l’invidia è rappresentata da un’anziana con un serpente che le esce dalla bocca, simbolo del suo maledire, e le si ritorce contro colpendole gli occhi, secondo il significato letterale etimologico della parola come il difetto del ‘non-vedere’. La stessa invidia fa bruciare l’invidiosa che denigra l’invidiato, nonché la malvagità dell’invidia si ritorce contro l’invidiosa.

L’invidia è rammarico e risentimento che si prova per la felicità, la prosperità e il benessere altrui, sia che l’interessato si consideri ingiustamente escluso da tali beni, sia che già possedendoli, ne pretenda l’esclusivo godimento. Gran brutta cosa l’invidia, peccato diabolico per eccellenza per Agostino d’Ippona. Essa si serve dell’occhio come veicolo di maligni sortilegi (malocchio), pertanto è indispensabile sfuggire dallo sguardo degli invidiosi e rifugiarsi in uno spazio di convenienza. Se invidiare è dell’uomo, compiacersi del male altrui è del diavolo. In ogni modo, la saggezza antica sorregge la speranza e allontana il male dell’invidioso.

 

 

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