Quante volte nel linguaggio scurrile e colorato di ogni giorno si ascolta questa frase per rimproverare a qualcuno il suo dire fatto di sciocchezze e imprecisioni. La parola tra l’altro ha prodotto anche il termine minchione per apostrofare una persona sciocca o stolta. Un tempo apparteneva al volgo, ma negli anni si è prepotentemente insinuato nei modi di dire di molti.
Minchia, un termine di derivazione latina, mencla, formula volgare di mentula, a significare l’organo maschile. Perché mai quindi esso sia stato inserito nel contesto linguistico per sottolineare errori ma anche apprezzamento o stupore, non si sa. Non mancano ovviamente i libri che ne esprimono l’importanza e l’uso nella lingua parlata, si segnala a proposito l’ e-book “Cinquanta sfumature di minchia” di Ottavio Cappelloni, ma anche il post dal titolo “A minchia è minchia” (http://www.montelusa.it/?p=12 ) scritto da Shrek e Fiona Metallurgico. Da non perdersi il sito superkappa.com :)
Il termine è presente anche nei dialetti siciliani, calabresi e nella lingua gallurese, ma si potrebbe affermare che appartenga a quasi tutte le lingue del mondo. Difficile quantificare i probabili destinatari meritevoli di cotanto dispregio, stante la proliferazione quotidiana di chiacchiere e corbellerie disseminate in pubblico e in privato da politici, ministri e consiglieri nonché dalla gente.
Minchia confeziona così bene la frasi che non necessita di molte parole, esprimendo con freddezza e sintesi la disapprovazione dell’interlocutore.
I dizionari della lingua italiana ne riportano il lemma e i suoi derivati: minchione (persona sciocca) e minchioneria (l’essere minchione), compreso il verbo transitivo minchionare (prendere in giro qualcuno trattandolo da sciocco).
Verga nel romanzo “I malavoglia” scrive: <lacero e pezzente, in tempo per disincentivare altri giovani che come lui stanno per avventurarsi a quella minchioneria di lasciare il paese>.
Di recente Luciana Littizzetto ha pubblicato un libro dal titolo Minchia Sabbrry! che prende spunto da uno dei personaggi che interpreta durante i suoi spettacoli di cabaret.
Il giornalista Giacomo Pilati ha scritto nel 2004 il libro “Minchia di Re”, edito da Murisa, e il titolo che non deve sembrare irriverente e far tremare i benpensanti vuole riportare nella storia raccontata, dimenticata e sedimentata sotto una cappa di omertà, le tante verità nascoste e taciute; il termine esplica, con la sua forza concettuale ma anche espressiva, gioia e stupore senza scostumatezza.
Un’ultima cosa: la frase va considerata esclamativa o interrogativa? Nel linguaggio parlato assume la forma interrogativa, bene invece si presterebbe alla forma esclamativa, considerato che viene pronunciata con dichiarazione di certezza allorquando si ascolti una castroneria, o meglio una minchiata.
Il linguaggio parlato è caratterizzato da spontaneità ed è personale; viene quasi sempre prodotto in un contesto preciso e per un interlocutore specifico; è immediato ed è accompagnato da gestualità ed espressioni di viso; inoltre l’intonazione, il ritmo, la velocità e il volume della voce e l’uso delle pause contribuiscono a creare un’atmosfera da commedia con paroloni e macchiette. Un teatro a portata di mano di cui è piacevole cogliere gli aspetti comici e simpatici di un linguaggio che sopravvive e ristora fastidi e indignazione.
Ci minchia dici! dunque per non essere sopraffatti e per far valere in ogni occasione le proprie ragioni, e non fa niente se per alcuni potrebbe essere sciatto e privo di eleganza, ma quando se ne ravvisano le condizioni è meglio non indugiare.