A scuola la letteratura rappresenta una sofferenza per la maggior parte degli studenti. Gli autori sono massacrati di noia, dissolti nella superficialità dei programmi ministeriali. In fondo, cosa più hanno da dire Dante, Manzoni, Alfieri, Leopardi, allorquando incontrano gli studenti? La letteratura impone innanzitutto la lettura, e la lettura è un atto libero e non sopporta l’imperativo. E qui nasce il problema. Come invogliare i ragazzi allo studio della letteratura? Le statistiche sono impietose: gli italiani non hanno il gusto e l’abitudine alla letteratura. Pochi sono gli studenti che raccontano un buon rapporto con gli autori incontrati sui banchi di scuola. Stranamente però l’abbandono dei classici è compensato in favore di scrittori contemporanei imposti dal mercato editoriale.

Dante, Leopardi, Manzoni, Petrarca provocano ai giovani fastidio, ed essi giustificano lo scarso interesse perché impegnati in altre attività più convenienti. Uno degli errori che maggiormente contribuisce al disinteresse della letteratura a scuola è la pretesa di fare degli studenti degli esperti di letteratura, invece che degli amanti. La scuola dovrebbe creare dei lettori, dei curiosi, gente che se dovesse incontrare una poesia non si volta dall’altra parte e pone la sua attenzione sui versi del poeta, tralasciando ogni rimando alla storia della letteratura con le informazioni sulla vita dell’autore e il contesto storico. Invece spesso si fa il contrario. Così l’opera viene ridotta allo studio della biografia dell’autore o sui suoi vizi, pregi e abitudini. Leopardi, ad esempio, non era interessato a darci notizie sulla propria vita, infatti, non ha scritto un diario ma i ‘Canti’.

La letteratura è un’avventura, ma a scuola è un castigo, si studia per il voto. Gli insegnanti arrancano in nuove metodiche, ma il vero incontro degli studenti nei luoghi della letteratura non avverrà, lasciando ogni bellezza letteraria in un declino eterno di bruttezza. La letteratura e la poesia sono materie da imparare per superare un esame e aggiudicarsi il minimo voto utile per andare avanti nel percorso scolastico.

Cos’è la letteratura? Qual è il suo scopo? Non è certamente qualcosa che serve per comunicare. Fa vivere esperienze simulate in cui il lettore (studente) ha la possibilità di rivedere – ma anche di ampliare – la proprie esperienza esistenziale, acquisendo stimoli e nuovi strumenti per fronteggiare le sfide della vita reale. Nelle opere dei grandi il mondo si presenta nelle sue infinite varianti di luogo e di umanità, nulla è tralasciato, tutto converge in un sogno o in un frammento di realtà. Dante ha scritto la Commedia per dirci qualcosa di cosa gli era successo nel momento dell’incontro con Beatrice.  Da lì nasce quella meravigliosa invenzione poetica che è la Commedia. Ha dovuto rivedere e costruire il proprio sapere per rappresentare un’esperienza sentimentale simile a tante altre, seppure con specificità e dettagli particolari per farla diventare esperienza. Dante scrive poesia per poter strappare sé stesso (e tutti) dall’infelicità derivante dall’amore non corrisposto e non goduto per un accadere non positivo del destino. Tuttavia, molti insegnanti non lo dicono e insegnano Dante per un mero accordo contrattuale statale. E il sommo poeta diventa noioso, inutile.

Nella motivazione dell’insorgere della letteratura non viene quasi mai evidenziato l’aspetto antropologico. Ed era proprio Dante a dire che con la poesia si parla per mettersi in relazione con l’ignoto, mentre nel linguaggio comune si pensa sempre di dire quello che si conosce. Senza domande non c’è letteratura (e vita). Nell’era digitale contemporanea una, anche breve, immersione in un classico sarebbe un’opportunità da tenere in conto per non disperdersi nelle pieghe delle connessioni e dei codici. In ogni persona c’è qualcosa di non comune, di straordinario, non sempre percettibile e che comunque fa la differenza nel modo in cui si sta nel mondo. In questo strano luogo che non è mai definibile e determinato in maniera apodittica si inscrive la genialità dell’autore nel descrivere le cose ‘non come stanno’, ma – forse –  ‘come dovrebbero stare’, o meglio ‘come stanno’. In un’opera s’incontrano il ‘particolare’ e l’enunciato generale che incidono sull’esperienza del lettore.

L’insegnamento nella scuola deve volgere verso un piano obliquo che mette in discussioni i piani oggettivi di un pensiero e una critica desunta da studi personalistici tendenti all’omologazione di categorizzazione dell’opera e dell’autore. Più libertà nel ragionare e nella lettura del testo  gioverebbe a stimolare la curiosità degli studenti.  Non convenzioni, quindi, ma continui riordini del dire in uno spazio aperto e non confinante con ciò che è stato già detto, pensato e digerito ampiamente da tempo. La scuola, purtroppo, cerca le convenzioni (standard di studio) allo stesso modo con cui si applicano i parametri di riferimento nel misurare una certa quantità di sostanza. Propone ancora un modello di studio della letteratura obsoleto, stantio, trattando  la bellezza e la grandezza di Dante, Boccaccio, Petrarca o di Montale con insufficienza e pigrizia. Un altro aspetto importante del modo di fare letteratura è di piegarla sul piano della morale: leggere certi libri perché vi si affronta il problema della violenza, della droga, della mafia, dell’immigrazione, ecc. Certamente, cose importanti, ma chi ne paga le conseguenze è la letteratura utilizzata a scopi sociologi, politici, religiosi. In tal senso, si perde il senso dell’arte come segno universale dell’umano in tutte le sue particolarità. In questo contesto, Davide Rondoni così si esprime nel suo libro Contro la letteratura: «Prima in Italia abbiamo avuto romanzi che esaltavano la grande Italia sognata dal fascismo, poi quelli che celebravano la Resistenza come lotta dei buoni contro i cattivi (salvo i due migliori scrittori di quella generazione, Pavese e Fenoglio) poi ora i romanzi che esaltano la ‘legalità’, nuova parola magica e slogan della morale dei vincitori culturali della nostra epoca. O l’interculturalismo. Oppure sull’amicizia o sul sentimento amoroso. Il rischio, appunto, è di appiattirsi sulla morale dominante, sulle idee e le immagini che hanno colonizzato i territori dell’amicizia e dell’affettività (temi sempre variamente trattati dalla letteratura d’ogni tempo) in modo quasi totalitario. 

Letteratura vuol dire mandare in giro le opere, far vivere i sogni, raccontare l’impossibile, osservare i mondi.  Ognuno confonde i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo (A. Schopenhauer). Questa massima coglie, in modo ironico, un atteggiamento a cui tutti sono tentati di indulgere, quello di ritenere l’uomo misura di ogni cosa. Il mondo della verità è ben più ampio del pensiero individuale e la letteratura ha la funzione di devastare l’ordine e costruire un disordine nuovo per una visione ampia del mondo, per cui non ha per fine la moralizzazione.

Un’immagine di buon lettore (studente) si trova nelle parole di Silas Flannery: «Dai lettori m’aspetto che leggano nei miei libri qualcosa che io non sapevo, ma posso aspettarmelo solo da quelli che s’aspettano di leggere qualcosa che non sapevano loro».

24/06/2024

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