Tutto come da copione. Dopo le elezioni vinti e vincitori non si riconoscono, anzi litigano per una manciata di voti. Sembra assurdo ma non lo è. Ciò che conta in Italia per i partiti è la vittoria. Il bene della comunità dopo gli aggiustamenti e gli incarichi. La giostra delle rivendicazioni, degli insulti è in movimento con i faccioni e faccine dei politici.

Parole, chiacchiere, impegni, promesse sono le cose che si ascoltano. Possibile che ci sia tanta ipocrisia? Possibile che il distacco fra la gente e i politici sia così siderale? Purtroppo è così. Si va avanti con i balzelli e le conferenze stampe, incontri istituzionali europei. Fatti pochi. Risposte zero.

Poi c’è la maledizione del terremoto e degli atti terroristici che scompigliano l’Italia e la rendono vulnerabile. E le parole si sprecano, liturgie, cerimonie per un popolo allo sbando che non sa come fare per riprendersi un futuro.

La disoccupazione è alle stelle, 4 milioni di italiani sono senza lavoro, annaspano nel vuoto, bruciano speranze e urlano rabbia.

Qualcosa bisogna davvero farla per tutti, lasciando definitivamente alle spalle quell’agire spavaldo e garibaldino che ha contraddistinto per molti anni la vita politica e sociale dell’Italia. Non si può pensare di uscire dal labirinto con interventi tampone che escludono progetti di lunga durata. Non si perda più tempo. L’estensione dei rimandi e degli interessi di un partito o di una casta devono cadere definitivamente.

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