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Nadia e Luca, due giovani sposi del Nord trascorrono alcuni giorni di vacanze a Lecce. In questa meravigliosa città, dove ogni vicolo, piazza, chiesa racchiude una, due, cento storie umane si svolge la storia del romanzo di Claudia Petracca. Lecce sa ammaliare, stupire, affascinare con le sue bellezze di pietra antica.

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La conoscenza casuale di un personaggio del luogo, conduce i protagonisti alla scoperta di un mondo magico: intriso di emozioni, eventi, quotidianità, intimità di Donna Clara. Vi è l’evocazione, un accenno della magia salentina, con i suoi riti magici di un tempo, le credenze e la spiritualità. Lo spirito di una donna vissuta a Lecce scalfisce e riesce a penetrare nell’anima inquieta di Nadia. Il palazzo, dove la donna ha vissuto, è il luogo della memoria. Tutto è conservato come era nel tempo passato. Il suo ritratto, la sua stanza da letto, le sue poesie, passioni, l’amore proibito hanno reso immobile il tempo. Nadia è affascinata dalla narrazione della vita di Donna Clara, e ben presto diventa parte essenziale della storia, o meglio della memoria della nobildonna: i luoghi dove ella ha vissuto custodiscono la sua essenza. Nadia, abbandonata dal padre ancora bambina, avverte nella narrazione surreale della vita di Donna Clara la possibilità di scoprire una ragione che possa confortare il proprio dolore. Inizia così un viaggio nel labirinto della memoria.

Claudia Petracca non racconta una storia qualunque, ma il valore e il significato dell’amore, che va ricercato, meditato e vissuto attraverso un percorso di serenità interiore, che si acquisisce anche con il dolore che ogni felicità riserva dentro la storia del sentimento. L’amore e di conseguenza il dolore che esso comporta va sapientemente elaborato, dosato con l’ingrediente della razionalità e della sopportazione per poter continuare a vivere e ad amare, ma anche la capacità di non manifestarlo, tenerlo dentro e governarlo. La felicità esiste non perché gli uomini ne possiedono il concetto, ma perché talvolta ne sperimentano la condizione. Una volta vissuta, la felicità non può essere dimenticata, poiché la nostra coscienza mantiene in sé quel che trapassa. La felicità è indefinibile, ma si può viverla. Essa non è attingibile per via di riflessione ma per sperimentazione. La felicità differisce dal dolore. Chi soffre s’interroga sulle ragioni del proprio soffrire, ciò che accade a Nadia, ma tramite la sofferenza innalza se stessa a problema, e per tale ragione s’interroga sul senso dell’esistenza. Questo è il messaggio del romanzo, questa è la memoria scolpita sulle “pietre” del ricordo di Donna Clara che s’insinua con dolcezza nel dolore di Nadia, lo seziona per estrarne il male.

La storia dei protagonisti è ambientata in una città del Sud, ricca di colori, profumi e immagini, dove ancora la credenza e la magia, la spiritualità condizionano e regolano i ritmi lenti di una quotidianità tipica del meridione, che riesce a dare sollievo all’irrequietezza dell’anima e a sviluppare storie d’altri tempi. La memoria non è una semplice pratica di accumulazione di ricordi bensì la costante presenza fisica della storia dell’uomo, di una città che nella narrazione, e non mera commemorazione, magnifica e ristora l’anima.

Elio Ria

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