“Qualsiasi felicità è un capolavoro: il minimo errore la falsa, la minima esitazione la incrina, la minima grossolanità la deturpa, la minima insulsaggine la degrada” (M. Yourcenar, Memorie di Adriano).
Tuttavia, qualsiasi inatteso la riprende e la rinsalda a noi. Qualsiasi semplicità regge la complessità, senza disturbare chicchessia, perché il paradosso della felicità è il suo stesso contrappasso, vale a dire la non felicità che si staglia per capriccio e negligenza. L’infelicità colonizza la felicità anche quando la felicità è a un passo da noi, e si mostra negli occhi degli altri e nelle cose della vita. Il punto debole di tutto è la fragilità. Questo è il vero problema da risolvere in equazioni di esistenze ineguali alle altre, e originali a noi stessi. La felicità è altezzosa, ma pur sempre prendibile, accessibile e gestibile. Sottrae le inutili parole e le metaforiche riflessioni, agisce sapientemente sui nostri vizi. Il cielo dal quinto piano del grattacielo appare in un altro modo, verticalmente suggestivo, appena raggiungibile.
La felicità non sta nelle confezioni di cioccolatini, mangiarli non vuol dire assaporare la felicità, né comprandoli ci assicuriamo la felicità, scambiamo soltanto il dolce sapore dei cioccolatini con l’amaro della delusione e della rabbia. Rincorrerla in modo insensato non serve. Non la si trova in ambienti lussuosi e confortevoli, i grandi sogni necessitano di certe condizioni interiori, ciò che passa della vita non è una seccatura; è pur vero che la vita è una valle di lacrime ma è anche risaputo che in quella valle poche volte si piange. Per essere felici accontentiamoci del respiro della vita, della vista degli occhi, delle parole della gente, della musica, dell’amore, perché se prendessimo coscienza che la vita sarebbe insopportabile non basterebbe più neanche la felicità.
27/05/2026
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