Nel mondo virtuale l’individuo costruisce la sua  identità. I tempi sono cambiati, e un tempo ognuno di noi cresceva a contatto con gli altri nella società, nella propria famiglia, nella scuola, nel lavoro, nei circoli ricreativi. Oggi questa dimensione umana è stata soppiantata da altri desideri di essere. Sono d’accordo con il sociologo canadese Erving Goffman, il quale nella sua opera The presentation of self in everriday life afferma che ogni individuo rappresenta se stesso con una somma di maschere in cui rappresenta se stesso in modo diverso. Si verifica la costruzione dell’individuo cibernetico, nascosto dietro un monitor, che è distante dal suo vero modo di essere, mascherandosi e truccandosi, dando vita a una vera e propria identità digitale diversa – ovviamente – da quella reale. Dietro a questa operazione c’è anche l’intento criminale finalizzato alla truffa e al furto dei dati personali altrui. Le ragioni sono molteplici, ma ne possiamo citare qualcuna: vendetta sentimentale, invidia nei confronti di un parente,  amico, collega di lavoro. Si mette in capo una vera e propria arte dell’inganno, che a sua volta genera a chi lo subisce angoscia, scardinando con scientificità dell’operazione criminale il sistema domestico e personale dell’individuo, riducendolo a un individuo senza la copertura identitaria, privo di un sistema di difesa. Si concretizza in tal modo l’identità digitale, diversa dalla cosiddetta identità personale (nome  e cognome, contrassegni personali).

Possiamo dire che l’identità digitale è l’immagine speculare distorta dell’identità personale che a seconda degli specchi riflette un volto e una forma digitale, un mostro con mille teste, con infinite e compulsive sensazioni ed emozioni  di  un obiettivo di fissaggio e ancoraggio a una identità nuova, seppure molteplice e mutevole. Come se avvenisse una dematerializzazione della persona in una versione più facilmente commerciabile nei social, più redditizia anche in campo sentimentale, più appagante rispetto alla vita sociale.

L’identità digitale consente alla persona di essere ciò che in un dato momento vorrebbe essere, presentandosi agli ‘altri’ in maniera diversa per soddisfare particolare esigenze psichiche in disequilibrio fra loro. Un meccanismo quasi di difesa alla frustrazione, alla noia, all’impossibilità di raggiungere obiettivi. L’individuo digitale naviga, anzi erra nei social alla ricerca di qualcosa che gli possa dare un’emozione o una sensazione riparatrice, in una transazione temporale – comunque – breve, certamente soggetta a continue interruzioni che comportano fatica nel ripristinare l’identità reale. Un gioco non proprio semplice, che richiede sforzi mentali continui di riadattamenti a scapito di una certa serenità interiore. L‘identità digitale nelle sue molteplici affermazione in internet produce tensione dell’immediato e del dopo, in cui l’individuo è costretto a interrogarsi  su come affrontare l’interdipendenza dei due voti: digitale e reale. Il proprio ritmo della vita è messo a dura prova, è spezzato e frantumato in una caotico susseguirsi di pensieri ‘ipnotici’ che rendono confusa la ragione. Un mondo infinito di rappresentazioni in cui non è la memoria a dirigere il ricordo, bensì l’istinto, in cerca perenne di un accasamento in un angolo virtuale con cui scambiare con altre identità digitali qualcosa di indefinibile, che – tuttavia – dà ristoro alla crescente voglia di provare e di assaggiare ‘cose’ diverse, nuove, mai immaginate in un perenne disordine mentale e corporale che addenta la giusta occasione virtuale per il soddisfacimento di una ‘cosa’ che nel frattempo è divenuta turbe. Nel mondo virtuale tutto è somiglianza e dissomiglianza in condizioni di abbagli e oscurità.

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