È vero, i libri fanno di tutto per incontrarti. Giorni fa mi è capitato casualmente fra le mani Il vero Signore (Guida pratica di belle maniere) di Willy Farnese pseudonimo di Giovanni Ansaldo, edito da Longanesi & C. , IV edizione, 1958.

Il libro (pubblicato per la prima volta nel 1947)  è divertente e mette nostalgia nel leggerlo. Molte buone maniere del passato purtroppo sono scomparse. Tutti siamo livellati all’uguaglianza di apparenza e di appartenenza. Vige oggigiorno la maniera del presuntuoso e dell’arrogante, in molti casi dell’incivile. Parlare – o meglio –  scrivere qualcosa di questo vecchio libro potrebbe risultare anacronistico; tuttavia, qualche riflessione potrebbe ritornare utile in una società in cui tra intelligenza artificiale e tecnologia pare che l’educazione non serva più. Sarà così?

Giovanni Ansaldo, nato a Genova nel 1895, collaborò a Rivoluzione liberale di Piero Gobetti e alla Stampa. Fu redattore capo del Lavoro, l’unico giornale non conformista tollerato durante il fascismo. Ansaldo aderì al fascismo, dirigendo il Telegrafo di Livorno. Durante la seconda Guerra mondiale commentò alla radio i più importanti avvenimenti politici e bellici. Dopo la guerra collaborò con L’Europeo e altri settimanali.

Vediamo da vicino qualcosa del libro. Intanto, il significato di Signore. Secondo Ansaldo, il termine si riferisce alla «squisitezza dei sentimenti, non alla ricchezza, alla dignità delle maniere, non al possesso. Non tutti i signori sono padroni, né sono ricchi. […] Si deve andare più in là: ed affermare che certe forme di ricchezza, poggiate sullo sfruttamento del lavoro umano. […] Perciò in questo volume abbiamo tenuto accuratamente disgiunti il concetto di signore dal concetto di ricco». Si evince da queste poche righe di precisazione come il concetto di Signore non va ad aggiungersi, sommarsi a quello di ricco.

Il libro è un vero e proprio manuale in cui sono trattate le maniere da tenere con la moglie e i figli, i rapporti con i vicini di casa, come vestire, il comportamento da tenere in pubblico, come approcciarsi con gli ecclesiastici, i parenti, maestri, medici, avvocati, mendicanti, seccatori. Vi è un ampio capitolo sulla politica congiunta al potere. Ansaldo precisa subito che il vero signore non dovrebbe occuparsi di politica. Spiega poi che ci sono alcuni casi in cui il vero signore  ha il dovere di occuparsi di politica: quando eredita una carica (re, nobile), o quando la legge gli conferisce il diritto di voto, cioè quando è investito di una particella di sovranità in un contesto di potere ampio. Tuttavia, il signore deve guardarsi bene di entusiasmarsi per la politica praticata per ambizione. Peraltro, accade «che si buttino alla politica anche uomini, i quali hanno punto ambizione; ma solo un nobile idealismo (pochi) o una più o meno intensa vanità (infiniti). Vanità di occuparsi di grandi affari di stato, vanità di avere delle cariche ufficiali. […] Il politico per ambizione è libero da ogni ritegno, da ogni rispetto umano». Questo capitolo è tra i più divertenti ma al contempo amaro, non lasciando – se si può dire – una via d’uscita dalla politica ambiziosa. Difatti, non delinea nessun accorgimento o strategia per il vero signore nel caso in cui dovesse occuparsi di politica per fronteggiare e tenere a bada le ambizioni dei vari attori politici. La soluzione non è quella di ‘stare a guardare’, perché un vero signore è tale anche in quanto si prodiga a partecipare per il bene del proprio paese. Tutti sono capaci di stare a guardare, per questo ci sono pochi signori. Le buone maniere  valgono sulla carta e quando convengono. La politica  mostra un volto disumano ed è completamente distaccata dalla gente. La democrazia non funziona più. Il popolo sovrano? Magari! Solo per modo di dire. Per il fare vi sono altri mezzi! 

Il vero signore è poi veramente tale nei fatti o nei propositi? Difficile dare una risposta. L’uomo, il vero signore, è vulnerabile. Ansaldo nel suo libro tenta di tenere in vita il signore, di allontanarlo dal malaffare e dall’ambizione, di ergerlo su un piedistallo, con scarsa convinzione e soprattutto con assenza di argomentazione sociologiche e antropologiche. Sì è un elogio al signore di buoni intenti, ma nulla è indicato su come procedere sulla via della correttezza e dell’onestà.

Un altro aspetto da considerare sono i repentini capovolgimenti di sorte, che sono molto frequenti. In queste crisi, il politico di razza, riesce sempre a cavarsela e a rigirare la frittata. Come? Negando tutto immediatamente, oppure lentamente, prima di rinnegare apertamente la parte che ha seguito, e aderire a un’altra, lasciando trascorrere un po’ di tempo, in cui afferma di essere nauseato  della politica, che non vede chiaro, fa il disgustato per legittimare la scelta futura. D’altra parte, non si sdegni, né si meravigli, degli abbandoni, dei rinnegamenti di amicizie e di appartenenza partitica. Poi si dimentica tutto. Si perdona. Si continua a votare allo stesso modo. Il popolo ha perso interesse, stimoli, è succube del potere. Il popolo sorride e va tranquillo.

«L’attività politica non conduce sempre ai fastigi di Montecitorio o di palazzo Madama. Può condurre anche in prigione». Tangentopoli!

Mi appaiono davvero poco osservabili e praticabili le buone maniere in politica, nonostante gli sforzi convincenti di Giovanni Ansaldo. Una cosa è certa: prendere posizione. La neutralità favorisce sempre l’oppressore, non la vittima. Il silenzio incoraggia sempre il torturatore, non il torturato. La politica è un campo minato e per camminarci bisogna avere gli attrezzi giusti. Non guardare in lungo e in largo potrebbe impedire di tradire il presente, condannando il futuro a un eterno presente. Soprattutto, guardare gli altri con occhi buoni, scremati dall’eccesso di ambizione e di ipocrisia. Un vero signore  non arretra per prudenza, non avanza per coraggio, ma con il senso del martirio, per il bene del paese, consapevole di dover anche dispiacere qualcuno o una parte politica, sottraendosi in tal modo alle buone maniere di facciata.

I politici italiani mostrano una scarsa conoscenza delle buone maniere, una prova è data anche dal linguaggio, dove la parolaccia è stata sdoganata da tutti. La parolaccia fa apparire giovani e giustifica la retorica del ‘così parla il popolo’. Poi vi è la menzogna in tutte le salse, l’aggressione per intimorire. Interloquire e argomentare diventa difficile; per spazzare via l’avversario si ricorre facilmente all’attacco verbale. Politici maleducati che approdano in tutte le trasmissioni televisive per non dire nulla di concreto. Che fare dunque delle buone maniere di una volta? Un semplice ripasso? 

20/08/2023

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