Una bella  ragazza s’aggira sempre nei pensieri del poeta. Istruita, ama gli incontri galanti nel palazzo delle feste dei poeti. Passeggia nelle città e nei paesi, nei borghi e nei quartieri. Legge buoni libri, dialoga con i poeti. Avverte il disagio della gente; dei sentimenti del cuore si appropria a piacimento. Detesta l’invidia pericolosa del prosatore, supera gli scrittori di tutti i tempi, si concede ai pochi eletti della poesia. Accoglie in sé il limite dello sguardo dell’uomo. Svela le parole delle  immagini invisibili, riservandosi per se stessa un velo di semplice imperscrutabilità. Abita nei luoghi della parola, dove la scrittura del poeta nel dare una risposta impone l’ascolto.

Il poeta ha una sola voce e nell’assenza di pubblico finge così bene tanto da riuscire ad ascoltare la voce di coloro che non lo ascoltano. Ed è superbo quando è convinto che sono pochissimi quelli in grado di capire il linguaggio. La possibilità di una economia del linguaggio equivale a dire che la poesia è qualcosa di speciale. Lo è davvero? Sì, se esso scaturisce dall’originalità di un contrasto che sapientemente viene modulato e perfezionato in un verso che germoglia dalla purificazione del termine, centrifugato nella lingua, deposto infine nella scrittura.

Ma qual è il contrasto di cui s’intende avvalorarne l’importanza? A scanso di equivoci non vi è alcun riferimento all’opera di Cielo D’Alcamo, dal  Rosa fresca aulentissima, scritta appunto con la tecnica medievale del cosiddetto contrasto. Per contrasto qui si vuole intendere la luminosità che il poeta riesce a dare alla parola che in sé è grezza e con la tecnica del linguaggio poetico diventa pura. In senso lato il raggiungimento della massima perfezione linguistica, che non mortifica il verso ma lo libera dalle impurità della parola, consentendogli di raggiungere la giusta destinazione del luogo del linguaggio. Ed è la parola che s’impadronisce del poeta, che viene guidato dalla Musa a rivelare l’unicità e peculiarità della poesia.

Omero è il poeta per eccellenza che invoca la Musa al fine di narrargli le vicende riguardanti l’eroe Odisseo (o Ulisse, con il nome latino), dopo la fine della Guerra di Troia. L’invocazione di Omero non è di circostanza o di semplice formula poetica, è invece da considerare come la richiesta della conoscenza dei fatti. Omero non poteva conoscere tutte le vicende che riguardavano Ulisse, né si può pensare che egli avesse appreso le notizie da una sola persona. Un altro aspetto importante è che la storia è collocata in un’epoca remota e quindi è da escludere che il poeta sia contemporaneo dei protagonisti. Omero descrive dialoghi tra gli dei che si svolgono nell’Olimpo, ed egli essendo mortale non poteva assistere a questi dialoghi,  se lo avesse fatto avrebbe peccato di presunzione.  Invoca, quindi, la Musa con quel Narrami, o Musa, ed ella con i suoi poteri divini acconsente e soddisfa la richiesta del poeta. Lo ispira e lo rende partecipe della narrazione. Come Omero anche noi ascoltiamo la storia di Odisseo come se la sentissimo narrare dalla Musa.

Insomma nella vita del poeta c’è sempre una donna o una Musa ispiratrice, e sono tante le ‘donne’ che hanno ispirato i poeti: Beatrice è la donna di Dante, Laura di Petrarca, Silvia di Leopardi.  Donne importanti, muse che hanno guidato i poeti nel loro viaggio dalla realtà all’immaginazione. L’ispirazione è un miracolo che investe il poeta nella sofferenza della gestazione della poetica, lo estranea dal mondo reale e e lo proietta in un mondo metafisico, dove è possibile cogliere gli aspetti invisibili che muovono il destino dell’uomo, magari anche in virtù della legge di Adrastea (L’inevitabile, colei alla quale non si può sfuggire, è una ninfa, figlia di Melisseo, nutrice di Zeus insieme con la sorella Ida) , così come riportata nel Fedro di Paltone: […] L’anima che, al seguito di un dio, abbia visto qualche verità, rimarrà illesa fino alla successiva rotazione e, se ci riesce sempre, si manterrà per sempre immune da danni. Se, invece, non sia stata in grado di tener dietro al dio, non sia riuscita a vedere, sia incorsa in qualche disgrazia e, ricolma di oblio e di malvagità, si sia appesantita, abbia perduto le ali e sia precipitata sulla terra, allora è legge che, nella prima generazione, non germogli in nessuna natura animale (Nella sua prima esistenza terrena quindi l’anima non si unirà al corpo di un animale, ma solo a un corpo umano, secondo una gerarchia di ruoli sociali che dipende essenzialmente dalla quantità e dalla qualità della contemplazione delle idee nell’iperuranio). L’anima che abbia visto di più attecchisca nel seme di un uomo che aspira alla sapienza ovvero un amante della bellezza, devoto alle Muse, dedito all’amore. La seconda nel seme di un re, rispettoso delle leggi, esperto nella guerra e nel governo. La terza in quello di un politico, capace nell’amministrazione e in economia. La quarta in quello di un uomo incline alla fatica fisica, che pratica la ginnastica o che si occuperà di guarire i corpi. la quinta condurrà una vita dedita alla mantica o ai rituali. Alla sesta sarà appropriata una vita dedita alla poesia o alle arti imitative. Alla settima quella di un artigiano o di un agricoltore. All’ottava di un sofista o di un demagogo. Alla nona di un tiranno (Fedro, 248c-e).

Nella gerarchia dei generi di vita su esposti soltanto il filosofo è destinato a un trattamento privilegiato, la gerarchia dei restanti generi di vita sono suddivisi in due gruppi, specularmente opposti:

                                +                                                               –

                              Re                                                                      Tiranno

                             Uomo politico                                             Sofista o demagogo

                             Atleta o medico                                          Artigiano o agricoltore

                            Indovino o sacerdote                                  Poeta o imitatore

L’attività del poeta, da un lato, e quella dell’indovino, dall’altro, sono il frutto, secondo Socrate, di altrettanti tipi di follia divina, ma quella del poeta, in quanto imitatore, è considerata inferiore a quella dell’indovino. Per Platone l’arte è un’imitazione (mimesis) e allontana l’uomo dalla verità, in quanto suscitatrice di emozioni, tanto da incoraggiare l’uomo le passioni rappresentate in particolar modo dai poeti tragici. Aristotele, il discepolo di Platone, nella Poetica non manifesta affatto nei confronti dell’arte l’atteggiamento negativo del maestro, essendo della convinzione che l’arte non rappresenta il vero, bensì il verosimile, ossia ciò che potrebbe essere simile al vero, e in rapporto alle tragedie crede che esse svolgano una funzione educativa e al contempo di purificazione.  Chi ha ragione? Indubbiamente Platone e Aristotele hanno messo in luce aspetti filosofici che possono congiungersi o disgiungersi, annullarsi, ma soprattutto esplicano le difficoltà di comprensione da parte dell’uomo del senso e del significato della sua creatività, che come è evidente risulta essere influenzata e guidata dalla genialità di cui non è ben chiara la provenienza. Platone e Aristotele hanno forse ragione entrambi, e magari potrebbe convenire all’uomo essere come le cicale di Socrate: […] Si dice che un tempo , prima che le Muse nascessero, le cicale erano uomini. Nate le Muse e apparso il canto, alcuni uomini di quei tempi furono travolti a tal punto dal piacere, che per cantare, trascurarono di mangiare e di bere e, senza accorgersene, morirono. Da questi uomini nacque poi la specie delle cicale, che dalle Muse ebbero il dono di non aver bisogno di cibo e di poter cantare subito, senza mangiare e senza bere, finché vivono e, dopo la morte, di andare a riferire alle Muse quale di loro sia onorata quaggiù e da chi (Fedro, 259b-d).

La mania all’ascolto del canto delle Muse è l’origine della poesia che si trasferisce nella parola, svelando le relazione tra le cose nel tentativo di andare ‘oltre il possibile’. La parola poetica si rinvergina nella sua capacità di produrre significati (Luciano Saviani, La fonte dei nomi, Anterem, Uguale a zero, n. 52, anno 1996, p. 44),

Ma cos’è l’ispirazione? Il termine letteralmente significa ‘respirare su’ e ha le sue origini in Grecia. Per il pensiero greco il poeta era ispirato quando si trovava in contatto con il pensiero di dio. Mentre per il filosofo John Locke l’ispirazione era da considerare come un’eco mentale di idee che si richiamavano a vicenda. Secondo i romantici l’ispirazione era dovuta alla presenza del genio , un ‘dio interno’ al poeta. Invero l’ispirazione è l’estensione della sensibilità, da valutare come la capacità di captare sensazioni che vengono valutate e interpretate dal poeta in una costante e continua tensione psicologica, connotata in alcuni casi dall’estraneazione, in altri dalla difficoltà di rapportarsi con il mondo reale. Un conflitto interiore serio, qualitativo, faticoso, irrinunciabile che alla fine si conclude con l’opera. Ma è veramente impensabile descrivere il lavoro del poeta contemporaneo, esposto com’è al frastuono delle molteplici voci della società attuale che inficia e confonde, uccide senza pietà la solitudine, riversa riflessioni nella turbolenza del piacere, ma soprattutto non sviluppa incisioni di riflessioni nell’animo degli uomini.  E il poeta capisce che non basta più l’ispirazione, quel ‘dio interno’ adesso è muto. Si accorge d’essere diverso dai poeti di un tempo. La confusione ha recluso l’uomo nella   irragionevolezza, costringendolo a guardare alle cose minime senza avvertire il bisogno di una riconsiderazione della propria vita. Anche il poeta è per certi versi nella tenaglia dell’incomprensione degli avvenimenti generali e contestualizzati anche in un ambito ristretto della sua vita: non ha la serenità alla disposizione dell’anima per ricevere l’ispirazione. Deve dunque attrezzarsi con se stesso per rivendicare non lo status di poeta, ma il desiderio di esistere, di essere ascoltato, ma soprattutto di dire poesia, di fare poesia. Impresa non facile soprattutto con il suo sentire poetico che è quasi indebolito se non addirittura annullato dalle continue vessazioni e pressioni negative che gli provengono dall’esterno.

Davvero difficile il mestiere del poeta, costretto com’è a subire l’indifferenza, a percepire la resistenza di molti nel corso della sua instancabile attività che non ha come oggetto né la verità né il bene, ma la proposizione di rendere limpide le cose dell’uomo tenendo lo sguardo fisso nelle realtà invisibili, l’iperuranio, il luogo sopraceleste che nessuno dei poeti di quaggiù  ha mai celebrato né mai celebrerà in modo appropriato questo luogo iperuranio (Fedro, 247c).

Ci vorrebbe forse un nuovo ‘dio interno’ per il poeta del terzo millennio? Potrebbe causare scompiglio, innovazione, nuova poesia. Qualcosa accadrà. Ci vorrà tempo per capire la poesia, per costruire nuovi assunti filosofici, ma essenzialmente per  riscrivere il ‘verso’ della poesia che deve approfittare delle incongruenze e disordini della vita per rifarsi un nuovo abito che possa riconquistare gli occhi disattenti dell’uomo.

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