Il sapere non si offre mai tutto insieme: bisogna filtrare, scegliere, scartare, selezionare, tornare indietro; non riprodurre l’identico, ma negoziare ciò che deve restare e ciò che può cambiare. L’accumulo complica il sapere. Il libro è il luogo dove gli accessi al sapere sono liberi, vi è ordine di narrazione che fornisce ulteriori indizi e variazioni sul tema, che ricostruisce altre storie, altre ipotesi, ma soprattutto identità – sempreché si è disposti a seguire una direzione – svoltando verso mete incerte di parole, inseguendo fatti e persone, tempo e solitudine.
Il sapere è come l’uomo, può essere un galantuomo oppure un miscredente, mascalzone, infedele alle tesi, aperto alle riflessioni, poco incline alle deduzioni immateriali. Il sapere non è un inventario, è un pensiero critico che si sviluppa su altri testi, su altri pensatori, nel proprio intelletto, e devia per non cristallizzarsi, immette riflessioni, osserva il mondo ma non lo catechizza, lo ritrae nella su assoluta contraddizione umana. Il sapere non è un libro, è un modo di stare al mondo condividendone il fine. Non è felicità, è desiderio di comprendere e sviluppare ciò che le cause producono come effetto, e ciò che l’effetto produce come estrema conseguenza dell’agire individuale e/o collettivo.
Il sapere non si baratta, si condivide anche dissentendo. Il pensiero non riproduce l’identico, sviluppa il contrario necessario per innalzare l’opposto alla consolidata abitudine di accettazione del confine di pensiero che rende comodo il non pensiero. Il sapere è luogo aperto, non ha confini né punti cardinali, non ha tempo, si espande in altezza, in larghezza sopravvive. Il sapere è fallacia poiché il mondo, disgraziatamente, è reale. La realtà è troppo labirintica per non includere ogni genere di errore, anche i sogni e la letteratura. La conoscenza autentica nasce quando l’evidenza smette di essere un punto d’arrivo e diventa un problema da indagare.

07/09/2026
![]()