Dante (Inferno, canto II, vv. 1-6)

 

Lo giorno se ne andava, e l’àere bruno

toglieva li animai che sono in terra

da le fatiche loro; e io sol uno

m’apparecchiava a sostener la guerra

sì del cammino e sì de la pietate,

che  ritrarrà la mente che non erra

 

Non c’è la descrizione di un notturno. C’è il rapido accenno all’àere bruno del crepuscolo, con il rinnovato motivo del contrasto fra la quiete e la fatica del singolo.

Nel passo dantesco è accentuato il carattere autobiografico (io sol uno) collocato in posizione rilevante a chiusura della terzina; il poeta si accinge (m’apparecchiava) a una dura fatica così come gli esseri viventi si accingono al riposo.


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Torquato Tasso (Gerusalemme liberata, canto II, 96)

 

Era la notte allor ch’alto riposo
Han l’onde e i venti, e parea muto il mondo,
Gli animai lassi, e quei che ’l mare ondoso,
de’ liquidi laghi alberga il fondo,
E chi si giace in tana, o in mandra ascoso,
E i pinti augelli nell’oblio giocondo
Sotto il silenzio de’ secreti orrori
Sopían gli affanni, e raddolciano i cori.

 

Esplosione di silenzio, tregua, sonno, riposo.

 

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Goethe (Canto notturno del viandante)

 

 Sopra tutte le vette

è pace,

tra le cime degli alberi

senti tu

appena un alito.

Gli uccellini tacciono nel bosco.

Attendi ora. Presto

avrai pace anche tu.

 

È una scena affascinante: possiamo facilmente immaginare un viandante seduto all’aperto in una notte di primavera, al chiaro di luna. La natura attorno è un mare calmo di pace e tutto pare tacere, tutto è in riposo. La genialità di Goethe sta nel far corrispondere al tranquillo paesaggio esterno una quiete interiore all’animo del viandante.

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  Vincenzo Monti (Pensieri d’amore, 8)

 

Alta è la notte, ed in profonda calma

Dorme il mondo sepolto, e in un con esso

Par la procella del mio cor sopita

 

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Ugo Foscolo (dal sonetto La sera)

 

della fata quiete tu sei l’imago

 

La quiete serale è immagine, prefigurazione della morte

 


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 Gabriele D’Annunzio (O falce di luna calante)

 

O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ’l vasto silenzio va.

Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme…
O falce calante, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

Gli elementi naturali sono quelli consueti del notturno classico (luna, mare deserto, aneliti di vento, silenzio, profondo sonno).

 


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 Salvatore Quasimodo (Ed è subito sera)

 

 Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

 

Il tema della solitudine dell’uomo e della precarietà della sua esistenza in questa lirica di Quasimodo  è espresso nella essenzialità poetica tanto da diventare  un modello- limite  di fare poesia. La lirica condensa, in tre versi liberi di varia misura, la concezione della vita e delinea tre condizioni esistenziali dell’uomo: nel primo verso l’uomo è solo con se stesso; nel secondo si allude alla precarietà della vita in segmenti di dolore e speranza; nel terzo l’inevitabilità della morte che improvvisa e fulminea colpisce ogni illusione… ed è subito sera.

 

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Novalis

 

Il poeta tedesco nei suoi Inni alla notte, scritti fra il 1797 e 1798 (pubblicati nel 1800), rende materia poetica il contrasto fra la vita terrena e diurna, con tutti i suoi valori apparenti e la realtà vera che la notte rivela.

Nel primo dei sei inni, dice proprio del sopraggiungere della notte astronomica come momento in cui il poeta sperimenta quelle vibrazioni interiori che gli permettono di immergersi nell’essere e conoscere l’ineffabile.

 Dopo una parte iniziale in cui è celebrata la luce del giorno vivificatrice degli esseri, il poeta passa a considerare la notte costruendo un’antitesi fra luce e tenebra.

 

Da lei mi distolgo e mi volgo

Verso la sacra, ineffabile

misteriosa notte.

Lontano giace il mondo –

perso in un abisso profondo –

la sua dimora è squallida e deserta.

Malinconia profonda

fa vibrare le corde del mio petto.

Lontananze della memoria,

desideri di gioventù,

sogni dell’infanzia,

brevi gioie e vane speranze

di tutta la lunga vita

vengono in vesti grigie,

come nebbie della sera

quando il sole è tramontato. 

 

L’immersione nel mondo notturno è per il poeta il modo per allontanare il quotidiano, il diurno, il mondo dell’apparenza dilatando la prospettiva in cui la mente spazia senza tempo. L’allentarsi del livello della coscienza è favorito da uno dei doni della notte, l’oppio ricavato dai papaveri:

 

Da noi ricevi anche tu godimento,

o tenebrosa notte?

Quale cosa tu porti

sotto il tuo manto,

che gagliarda e non vista

all’anima mi giunge?

Delizioso balsamo

dalla tua mano stilla,

dal mazzo di papaveri. 

 

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 Giacomo Leopardi

 

Anche Leopardi, pur partendo da presupposti diversi, esprime bene i motivi di tale effetto poetico in due passi dello Zibaldone:

 

il poetico in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago…le parole notte, notturno ecc. le descrizioni della notte ecc. sono poeticissime, poiché la notte confondendo gli oggetti, l’animo non ne concepisce che un’immagine vaga, indistinta, incompleta, sia di essa che di quanto ella contiene. Così oscurità profondo ecc.» e ancora dopo aver analizzato il suono e i suoi effetti riguardo all’idea di infinito dice: «…udendo tali canti o suoni per la strada, massime di notte, si è più disposti a questi effetti, perché né l’udito né gli altri sensi non arrivano a determinare né circoscrivere la sensazione e le sue concomitanze…vedi in questo proposito Virgilio, Eneide VII v. 8 e segg. La notte o l’immagine della notte è la più propria ad aiutare o anche a cagionare detti effetti del suono. Virgilio da maestro l’ha adoperata. (Zibaldone, 1929-30, 16 ottobre 1821)

 

 

La sera del dì di festa è il componimento maggiormente collegato e più in generale al fascino che il notturno ha esercitato su Leopardi. L’incipit riprende un passo dell’Iliade(VIII 555-59) che Leopardi conosceva bene :

 

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti

posa la luna, e di lontan rivela

serena ogni montagna.

 

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Dino Campana

 

Dalla metà del Settecento il notturno si lega anche al tema della morte e tale accostamento è accompagnato dai motivi tipici della meditazione sulla tomba: il mistero dell’oltretomba e la caducità della vita. La poesia sepolcrale di gusto romantico svilupperà ampiamente questi temi. Si crea nello stesso periodo il topos del poeta che nel suo vagare pensoso è accompagnato solo dalla notte .

Nella poesia Il canto della tenebra di Dino Campana, pubblicata nella raccolta Canti orfici nel 1914, un paesaggio notturno fa da sfondo a immagini tradizionalmente legate alla notte: la dolcezza delle tenebre, il fascino della morte, l’evocazione di un amore perduto, il rumore dello scorrere di acque e il movimento del vento. Queste immagini però sono presentate dal poeta in ordine sparso e alogico, in un testo tutto gremito di iterazioni secondo un modo di far poesia moderno, in continuazione col gran simbolismo francese:

La luce del crepuscolo si attenua:

inquieti spiriti sia dolce la tenebra

al cuore che non ama più!

Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare,

sorgenti, sorgenti che sanno

sorgenti che sanno che spiriti stanno

che spiriti stanno a ascoltare…

Ascolta: la luce del crepuscolo attenua

ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:

ascolta: ti ha vinto la sorte:

ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte:

non c’è di dolcezza che possa uguagliare la morte

più più più

intendi chi ancora ti culla:

intendi la dolce fanciulla

che dice all’orecchio: Più Più. 

 

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