Copertine di libri che appartengono al passato, ma che conservano ancora oggi il fascino della lettura. Vorrei avere tutti i libri del mondo, possederne una copia e avere il tempo necessario per leggerli. Nel frattempo mi sono attrezzato a immaginarli, con i titoli inventati e le storie vissute davvero e raccontate. E soprattutto rileggo le opere esemplari che nel tempo ne rafforzano la notorietà e la validità.

In una delle sue molte lettere Seneca ha scritto contro i libri e le biblioteche.

Che motivo hai di giustificare un uomo che si procura librerie fatte di legno di cedro e di avorio, che va in cerca di raccolte di autori o ignoti o screditati e fra tante migliaia di libri sbadiglia, a cui dei suoi volumi piacciano soprattutto i frontespizi e i titoli?

Il piacere di possedere un libro è una tentazione che non si riesce a dominare facilmente. Averlo fra le mani, sfogliarlo, piegarlo, leggerlo e rileggerlo è sublime, dà importanza alle nostre idee, pungola la ragione, stimola la fantasia.

Un libro brutto per quanto sia non sarà mai inutile. Sarà inutile il tempo che non utilizzeremo per la lettura. Borges era immensamente colto e immaginava il mondo come un’infinita biblioteca. In questo mondo fatto di libri che rimandano ad altri libri e ad altri mondi le pagine non sono tutte scritte ve ne sono molte ancora da scrivere e ovviamente da leggere.

Montaigne possedeva mille libri: un numero ragguardevole per l’epoca. Amava trascorrere gran parte del tempo nella sua biblioteca da dove comodamente sfogliava i libri senza ordine e senza programma, come capitava; fantastica, annotava, paasseggiando, le sue idee. Ma non aveva una buona memoria; dimenticava quello che aveva letto. Allora, per non dimenticare,  pensò bene di scrivere alcune frasi tratte dai libri sulle travi del soffitto.

Il critico letterario Pietro Citati ha recentemente consigliato su Repubblica di non leggere Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho, rei di rendere la lettura “una specie di orgia, dove ciò che conta è la volgarità dell’immaginazione, la banalità della trama e la mediocrità dello stile”. Certamente quanto dichiarato da Citati è una vera e propria censura, che non fa bene né ai libri né ai lettori. Forse ha ragione Citati, ma siano i lettori a deciderlo.

Giacomo Leopardi nella biblioteca paterna, che contava 20.000 volumi, intraprese precocemente e da autodidatta lo studio del greco e dell’ebraico. E la biblioteca paterna, in cui si consuma il settennio di «studio matto e disperatissimo», è il luogo ideale per la realizzazione la sua voglia di sapere. Nella biblioteca di casa tenta di impossessarsi del più ampio universo possibile, minando però la sua già cagionevole salute.

Un romanzo si scrive perché lo scrittore ha deciso di disporre in un certo modo i personaggi in un mondo verosimile e inverosimile, con trame, passioni, vizi e virtù, abitudini e giochi. Qualcun altro ha invece il compito di leggerlo, di viverlo e immaginare le storie ancora,per una sola ragione: quella di evadere da un mondo che alla lunga inevitabilmente annoia e ha bisogno di un surrogato. Il lettore diventa un viaggiatore che abbandona il mondo per entrarne in un altro fatto di invenzione e di speculari desideri di rinnovamento del piacere della vita.

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Alcune citazioni sui libri

È un viaggio per viandanti pazienti, un libro.

(Alessandro Baricco, I Barbari, 2006)

Il libro non è un ente chiuso alla comunicazione: è una relazione, è un asse di innumerevoli relazioni.

(Jorge Luis Borges, Altre inquisizioni, 1952)

Un libro che, dopo aver demolito tutto, non demolisca anche se stesso, ci avrà esasperato invano.

(Emil Cioran, Sillogismi dell’amarezza, 1952)

I libri non sono fatti per crederci, ma per essere sottoposti a indagine. Di fronte a un libro non dobbiamo chiederci cosa dica ma cosa vuole dire.

(Umberto Eco, Il nome della rosa, 1980)

 Un libro deve essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi.

(Franz Kafka, Lettera a Oskar Pollak, 1904)

L’oro, l’argento, i gioielli, la ricca veste, il palazzo di marmo, il bel podere, i dipinti, il destriero dall’elegante bardatura, e le altre cose del genere, recano con sé un godimento inerte e superficiale; i libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una sorta di familiarità attiva e penetrante; e il singolo libro non insinua soltanto se stesso nel nostro animo, ma fa penetrare in noi anche i nomi di altri, e così l’uno fa venire il desiderio dell’altro.

(Francesco Petrarca, Epistole, 1325/74)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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