Festeggiamo il 1° maggio 2012 con il cuore in gola; con la paura di perderlo e non riaverlo più; con la disperazione di coloro che ormai non lo hanno da molto tempo.
E la storia si ripete. Classi sociali privilegiate, ricche e benestanti. Classi sempre più povere.
Alcuni chiudono la propria vita dedita al lavoro con il suicidio che è diventato o sta per diventare l’unico rimedio possibile alla vessazione fiscale.
C’è gente che ride e s’ingozza. C’è gente che non osa neanche piangere ma è dispersa nel buio della povertà.
Festeggiamo cosa? Il lavoro? quale lavoro?
La festa non è più festa; semmai dovremmo commemorare il dolore che il lavoro sta provocando alla gente.
Basta con le sfilate e le parate di antica memoria. Basta con la retorica. La politica ha fallito, non è stata capace di promuovere nessun sviluppo né condizioni di equità sociale. Sì, ci sono i “professori” che ci presentano il conto, salato tra l’altro, per ripianare i debiti e consentire alla casta di salvaguardare i loro privilegi.
Certamente il lavoro produce meraviglie per i ricchi, ma produce lo spogliamento dell’operaio. Produce palazzi, ma caverne per l’operaio. Produce bellezza, ma deformità per l’operaio (Karl Marx).
La citazione di Marx è ancora attuale, apodittica.
L’Italia è in coma. Forse sarebbe il caso di lasciarla morire, perché tenerla in vita costerebbe il sacrifico di molte altre vite.