Recensione di Luigi Scorrano a ‘Il passo della notte’ di Elio Ria.
Notte e poesia, luna e notte e poesia ancora: notturni lunari, notti magiche sotto tutti i climi, notti nelle quali si entra e dalle quali si esce, godute sul margine incerto del loro cominciare, del loro finire…

Notte e poesia: invocazioni («O notte, o dolce tempo…»), novalisiani inni, canto lene e domande eterne («Che fai tu, luna, in ciel?»), contemplazione stupita o angosciata d’una vicenda che va e viene tra l’uomo e l’universo o sprofonda nel mistero, visionaria notte campaniana. Il poeta patisce la notte, si fa interprete di segni e di vicende che in essa si dipanano, tesse un tappeto di malinconie e di trasalimenti, gioca con la falce della luna, si finge nel pensiero (o Leopardi!) cielo per godere un colore di serenità.
Sono immagini con le quali Elio Ria tesse questo libro lunare, incantato e sorvegliato ad un tempo: uno scrigno di fantasia, i soprassalti di un’immaginazione viva e netta in cui reale e surreale s’inseguono, si mescolano, provocano ardite metamorfosi, si abbandonano al gioco di segni tracciati nell’aria, spingono in voli capricciosi l’aquilone dei sogni, liberano nell’aria essenze mai prima godute, aprono strade a viaggi inconsueti, schiudono fiori di tenebra di meravigliosa apparenza.
Si va sulle tracce di viaggiatori avventurosi. L’immaginario vince sul reale, la poesia dei poeti della gente è più istintiva, più sincera di quella dei poeti laureati, dei cercatori di vene d’oro che possono essere inganni della luna. L’inatteso è il dono che la notte porta con sé, come tesoro da spartire, come eredità da trasmettere.
Contribuisce ad una sensazione di fuoritempo un vocabolario che recupera tessere desuete, echi non di lingua morta ma risonanze lontane delle quali si provano resistenza, durata e permanente fascino. Valgano parole come periglioso, desio, clamore, o sintetiche espressioni come scalpelli di vento, cioccolata di stelle, profumo di sollazzo, selciato di promesse: una trama metaforica ed analogica che avvicina e distanzia alternamente all’oggetto del canto, nel frammento di emozione che la parola salva o traduce come da una lingua sconosciuta.
Rispetto alle prove precedenti di Ria, il ritmo si è affrancato da ogni timore e si rinfranca in un passo senza incertezze. Il disegno delle immagini appare netto e ben stagliato sul fondo – ora logico ora immaginoso – che lo accompagna. La parola ha acquistato trasparenza, il frammento prezioso si può staccare dall’insieme senza che si dimentichi l’insieme al quale appartiene. Si veda:
Volge il giorno all’ultima fatica
si sdraia la notte sui cigli di luna
un bambino
cerca un appiglio di attenzione
in distrazioni di luce.
Sono tratti come questo, affidati ad una parola ricca ed essenziale insieme, a creare la seduzione di un discorso lirico che solo in passi vagamente polemici s’appesantisce e toglie freschezza ed agilità al testo. Il meglio del discorso, la zona in cui passo e respiro si fanno leggerezza d’immaginazione e canto spiegato, si trova, pur nella coerente saldezza dell’insieme, in componimenti brevi, in mottetti di sciolta eleganza. Così ne Il giardino dei giorni:
Ad appagare giorni
mi sorprendo
nelle pagine della notte
e dei sogni dimenticati
accordo melodie di fremiti.
Vi si accostino le liriche impressioni di Quando niente è più niente:
Portai con me la carezza
sui viali ancora accesi di sole
in ore ritardate di fermezza
inutilità delle parole, e
garbuglio di vita
di un giovedì sfuggito all’estate;
o nell’orditura epigrammatica di Non so cantare, peccato:
Non so cantare, peccato
avrei musicato per te
il profumo dei fiori d’arancio
e delle note di gigli
i tuoi occhi di gardenia
avrei ornato d’amore.
È questa, certo, una delle chiavi per avvicinare una poesia in cui s’intrecciano forza e grazia con pari evidenza. La poesia della notte, qui, si fa luce mattinale, grazia che illumina ogni verso, ogni parola e tutto tuffa nel rapimento estatico/estetico di una sillabazione in cui il sapore delle parole è quello, mirabile ed inafferrabile, dei frutti del sogno.
Luigi Scorrano