C’era una volta una donna. Passava il suo tempo a scrivere poesie, anzi pensieri poetici che scattavano da fantasie inaspettate. Pensava d’essere donna di lettere e di appassionare lettori. Il suo tempo trascorreva fra declamazioni e a cavallo di insipide storie d’amore. Non era bella. Piccola.  Le sue amiche sovente sparlavano di lei e delle sue poesie infarcite di crema di cioccolato fondente di squilibri poetici. Attendeva il successo ogni giorno e dei suoi testi si adornava il petto per apparire poetessa di indiscutibile valore. Era – come dire – su una barca senza timone, in balia delle sue stesse onde umorali in perenne limite di sconfinamento nella nevrosi. Dispensava sorrisi ai lettori stupidi che – pur di compiacerla –  la riverivano come poetessa, ma in fondo, era per loro un gioco perverso per inondarla di benemerenze per poi affondarla nel baratro dell’insignificanza.

Era donna che spingeva la fortuna per diventare bella, nota e poetessa. Scriveva, scriveva di fiori e di cielo, di mare, di terra e di nuvole, di acqua chiara, di uccelli e di lupi… di anima. Scriveva e sorrideva allo specchio della vanità senza opporsi nessuna resistenza. Era donna pronta all’uso di se stessa e del proprio egoismo. Pensava di poter conquistare il Parnaso, ma era donna senza rispondenza alcuna alla poesia, soltanto qualche bagliore di un verso rimosso dall’anima triste e nuda.

Scriveva, scriveva, la povera donna, testi ramificati, bugiardi e insulsi, eppure per lei erano buoni. Era donna, ma era Pinocchio della poesia, il naso le si allungava e stimolava l’ispirazione inquieta d’essere poetessa. Scriveva e piangeva sul letto di nuvole in un cielo notturno, supina, distante dal mondo. Sulle sue labbra e sulle palpebre si posava la venustà poetica come un’ombra che irradiava le sue ardenti e divine angosce di poesia. Dai suoi capelli prendevano forma le serpi della superbia e si avvinghiavano al suo collo tremante per darle piacere di tortura.

Era donna, ma non poetessa. Le sue pulsioni poetiche nel tormentoso inconscio la straziavano. Le sue carni lacere non grondavano sangue. Era già morta, da tempo, ma non se n’era accorta. Era poetessa di tutti i mali nella profondità del dolore e della colpa, causa di tutti gli infiniti infranti. Di lei rimase l’ombra che la reggeva… sul lettino di Freud.

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