Altre come bestie quiete al pascolo stanno ai vapori della luna curva all’orizzonte violetto.  La donna che dei suoi tempi era la più leggiadra siede e sorseggia un drink. Poi armeggia con insolenza una sigaretta vaporosa. Adocchia qualcuno e non si dona. Eppure meno onesta non lo è. Vive tra lazzi e sfizi senza curarsi dello stremo andare, né del faro di gioventù che non dà continuità di luce. Sola. Beve anche il caffè. Legge Baudelaire quando nelle note degli amori annusa il male dei fiori, s’incipria di sensualità, sogna i corpi ardenti dei giovani acerbi e fruttuosi come alberi del giardino dell’Est. Udendo bravate e goliardiche risate di giovanetti s’impenna ancora più donna. Non vince l’amore del prediletto, né bastano le sue futili dolcezze a rimediare un bacio. È sempre la donna del mattino seguente che nell’apparire del giorno smette gli abiti del passato, profumando oltre ogni misura l’attimo, quell’attimo di Orazio, sempre fuggevole, mai confortato di certezza, acconciato di delusione.

Madonna compiacente, non ha dell’amore – che avviene nel cuore – l’appagamento giusto e onesto; il ristoro è angoscioso e i suoi occhi si specchiano nel dolore delle visoni tristi della vita – rimaneggiata fin troppo –  nella reputata durezza dell’avventura che è crudeltà di peccato in meraviglie di presunzioni.

Donna non più come si aggrada alla bellezza di sole appena sfornato dal cielo. Di cortesi inchini non è la regina. Dell’infermità di gioventù spesa non ha nobiltà d’uso. Le ricchezze che gli donarono spese senza l’idea di maritarsi, e di quei giorni cotti il ricordo di nostalgia non basta ad alleviare spasmi di beffe.

Quantunque un tempo bella, ora non lo è più. Degli attimi non colti vi è il peccato di viltà.

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