Nei cieli di immensi desideri si prostra la speranza di un dio senza regno. Regno di solitudine dove vi è un inizio e una fine, seppure non si inscrivono cerchi regolari. Di questo regno dio non recede dalla regalità e dalla potenza, e fa del cielo la sua tomba. In un celeste di cielo si addensano le pretese narratrici di un mondo in vitro. Dio è ramingo, insegue stelle e galassie. Dov’è dunque la necessaria utilità di questo dio che regna sull’universo ma non sugli uomini? Dio cerca gli uomini? Dove sono gli uomini? Dio in cerca di un complemento? Dio in attesa di attribuzione di attributi? Dio dei sillogismi? Il diritto di eterna esistenza?

Cosa sarebbe questa inerte permanenza? Di tomba in tomba si susseguono le supposizioni. E del dire non vi è alcuna verità, dei sacerdoti dio ha decretato liturgia di ossequio. La roccia non sa di essere roccia, il mare sa di essere mare perché un’onda lo scuote, il cielo è cielo perché conosce il giorno e la notte. Dio conoscerebbe sé stesso? In che modo?

Dell’universo è re, di tutto, di ogni cosa, ma quale diritto ha posto? Dialoghi irregolari frammenta nei discorsi di adattamenti alla consuetudine dell’esistenza. Prosa vacante in riflessioni occasionali non rette da enunciati primari. Tutto si perde d’improvviso in un discorso che scivola come pioggia sugli altipiani di uniformità. Rimane questo regno di cielo che non dice molto, ma sottende qualcosa a lui solo nota. Qual è la linea retta ideale fra due punti? Fra gli uomini e dio c’è sempre uno specchio opaco, in cui l’opacità è forse un suo capriccio in un diritto presupposto e concesso per completezza di incomprensione.

Negli snodi di paragrafi e capitoli dei suoi libri sacri anche la punteggiatura è data per concessione di benevolenza? Il sentimento del vuoto si affaccia sempre gradualmente.

 

 

30/06/2025

(Visited 39 times, 1 visits today)