Stasera, non è la solita luna: è la luna del 27. Luna mutevole.
Io, che poeta mi fingo, non sempre mi accordo a lei, neanche nelle notti difficili e insonni. Mi piace la luna sanguinate, grondante di oscurità fiorite.
Amata e verseggiata, abusata, plasmata dai poeti, dai Grandi, che le concedono onore e gloria.
A ME NON PIACE!
Mi piace la luna in lacrime che cerca il suo sposo.
Mi piace la luna che muore, finalmente!
Mi piace la luna che litiga con il tramonto e se le danno di santa ragione.
Del suo oscuro mistero mi rattristo e vorrei essere Astolfo per sudare la sua conoscenza, conquistarla e domarla al mio istinto di scrittura fuorviante di dolcezza e mitezza.
Vorrei contenerla nel palmo della mano quanto basta per farle comprendere la stretta della vita che subiamo ogni giorno sulla terra.
Per lei ogni gioco è facile: si imbellisce come una giovinetta e dà illusioni agli innamorati e ai poeti.
Ogni sera, quando di tondo e quando di primo quarto, cambia i colori.
Prepara letti di rose e ciclamini, colora tele di bianco per ricordarci l’altro viaggio (quel mondo dove le parole corrispondono esattamente alle cose).
Luna, non mi uccidi con i tuoi inganni, non ti declamerò mai alla maniera di Leopardi, né commetterò l’errore del cane di Mirò.
Ti ho per traverso e vorrei vederti nel pozzo, mentre affoghi e ti disciogli nell’acqua.
Luna mutevole, sprezzante, altezzosa, bugiarda, non mi raggeli con il fruscìo delle stelle.
Ti aspetterò quando l’ombra della notte cadrà pietrificante su di me, e tutto sarà ancora incompiuto. Sì, perché la morte ci dividerà ulteriormente: io scritto nei miei versi. Tu nel cielo che non verserà una lacrima.
Non morirai. I poeti continueranno a guardarti e a innamorarsi di te.
Di me forse si dirà che pur non avendoti mai amata abbastanza, ti ho sempre cercata nei notturni diversi e incompleti, peggiori della mia vita, e ho immaginato in te la falce di argento che uccide per sedare la tua cecità.
Noi giù, tu lassù … una ragione ci sarà.