Alessandria d’Egitto, 415 d.C.

Il vescovo Cirillo fu rassicurato. Domani al crepuscolo di Ipazia non rimarranno che pochi irriconoscibili brandelli di corpo da dare in pasto ai cani. Nessuno si ricorderà più di lei. Ipazia era bella, seducente, intelligente. Filosofa, astronoma e matematica. Figlia di Teone. La sua testa era sempre nel cielo a scrutarlo, viaggiando tra le stelle e i pianeti.  Doveva quel giorno di tragedia tenere una lezione di astronomia. L’alba nel suo tepore era magnifica, come piaceva a Ipazia. Sull’uscio di casa fu circondata dagli uomini del vescovo Cirillo: la denudarono, le cavarono gli occhi, i suoi splendidi occhi di conoscenza. Fu brutalmente squartata. I suoi resti furono bruciati in modo da cancellare per sempre il ricordo di quella peccatrice. Quando sopraggiunsero i suoi allievi, di lei non rimaneva più nulla.

L’assassino di Ipazia segna il tramonto della cultura pagana antica. Il vescovo Cirillo sarà beatificato e fatto santo dalla Chiesa cristiana.

Ipazia però vive ancora. Unica donna ad essere raffigurata nel dipinto La scuola di Atene di Raffaello. Senza dubbio, è uno dei simboli forti della libertà di pensiero e di emancipazione femminile. La sua morte violenta è divenuta un eterno atto di accusa contro la cieca violenza di ogni fondamentalismo politico e religioso. Gli errori si ripetono ancora, allestendo patiboli per ogni disturbo di pensiero e di conoscenza.

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