Abbiamo visto solo uno spicchio di cielo, un riflesso di luce dell’infinito, voliamo dunque di slancio senza toccare la sommità, né cadere agli abissi, ci vuole ancora spazio senza baratri o vette, nella distanza il desiderio attinge, nessun passo si muove. Questo spicchio non è cielo, ma lo è nelle retrovie dell’eterno, nella memoria della strada del dolore, nella fantasia del fanciullo che è ancora spazio. E anche troppo questo spicchio che non ha gerarchia, né chiese di comando, né pregiudizi di gente. E anche troppo per gli astronomi, liquido per i filosofi, idea nei matematici. E troppo grande per il numero al quale vogliamo giungere, c’è il tempo al di qua e al di là.

A cosa serve questo spicchio di infinito se il mondo non brulicasse di vita? Per quanto questo spicchio sia solo una parte, ci pare infinito nei suoi colori. Che sia l’eternità di Louis-Auguste Blanqui volta a riempire l’estensione?

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