È malinconico gennaio con le sue bizzarrie di abbandoni di sole. Fra le scrasce umide il fiore della poesia è tramortito dalle piogge, quantunque i narcisi sembrano dire: quant’è bella giovinezza.

Narcisi
(Narcisi – Foto di Wilma Vedruccio)

Una rosa distorta si dimena e si contorce nel ricordo di fioritura e ammirazione su una casa diroccata a significare il tempo oltre, non percepibile, sfuggente persino a madre eternità.

Un arco con assenze di santi delimita  la quiete di uccelli e di erba;  magnifica l’opera cantando il giorno spontaneo senz’affanno e gradito al sole. Orna natura del suo buon tempo.

arco
(Arnesano -La Madonna della Consolazione 1600 – Foto di Luigi Paolo Pati)

Un tramonto si appresta a declamare le sue ultime e sonore luci fra canne mute e attonite. Il giorno chiaro è già andato, sorge comoda la sera con vesti di luna, concede al pastore e al suo gregge la luce morbida e flessuosa, avvampa il vento, l’ora è di ristoro.

È una storia straordinaria di immagini e di colori, di sole, di luna, di pioggia, di fiori, di archi e di paesi, di campanili e di chiese: il libro delle scrasce. Assediato dai sogni non ho bisogno di dire tutt’intera la loro singolarità di linguaggio di cui non sempre ho la chiave. Mi trovo in vaste gallerie, ammiro in me stesso la lucidità della poesia, di un colore molto rosa e molto verde. Ho difficoltà a scrivere frasi accuratamente pesate, più volte corrette affinché raggiungano infine una loro giustezza, quella sincerità con tanta fatica conquistata con gli occhi. In verità mi è difficile essere poeta. Un pensiero caldo si raffredda, sfugge alle mie abitudini, trascrivo la sua testimonianza di apparizione ma non ho la certezza di averne colto l’opera. Ci vorrebbe una giusta provvidenza poetica per consacrare la natura che si mostra nel proprio ruolo di madre. La prudenza perfeziona la ragione ma ne delimita l’immaginazione e gli accessi agli infiniti. La mia infelicità non è stata scelta: dovrei dunque beneficiare dei vantaggi del vero poeta. Dovrò lavorare alle ore d’infelicità vera, esercitando il mestiere del poeta, mescolando tutti i pensieri che si agitano intorno a me, affinché qualcosa di affascinante mi uccida ai piedi dell’albero miserabile che non potrà innalzare i suoi germogli fintantoché non sarò in grado di allucchettare i miei timori e insensati incubi di vita.  Vanno i miei passi come il fiero scolaro al suo primo giorno di scuola, scuotono polvere acerba d tempo, in salute di malinconia ma offesi dall’indifferenza, capaci di sventura; fra le scrasce si disperdono e sprigionano salti al godimento dei profumi dei fiori e degli alberi sacri, fra le pietre innamorate di eternità, fra gli archi dissoluti. Fra le scrasce come un volubile adoratore di mille cose diverse, che va ad onorare epifanie di primavere e al contempo a profanare il codice segreto di madre natura. Gennaio ancora mi prende, mi assonna nelle sue gelide coperte di giorni scontati, mi specchia negli specchi dell’algido pensiero di morte, orfano mi piacerebbe essere di poesia. Nella moltitudine della solitudine vorrei godermi l’anima errante che cerca un corpo ed entra nel corpo di ognuno. Fra le scrasce, per un attimo, ho il calco di un canto infinito.

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