Siamo sopraffatti dal caldo, inermi accettiamo la condanna, distesi sulla sabbia o sul divano. Respiriamo con affanno. La nostra reazione al clima torrido? Niente! Le continue doglianze sono un sintomo della nostra inerzia, della nostra passività. Sudati, cadaverici, ci muoviamo fra spiagge, sagre e feste di paese. Ciò che davvero conta è il pienone. Il Salento è soddisfatto: i guadagni aumentano, ma anche i roghi. Gli ospedali non reggono le richieste, ma ci scambiamo imbecillemente auguri di buon ferragosto (?). Ci stiamo elevando dalla lamentela alla lamentazione tragica. Non reagisce la politica – alle prese sempre a ipotizzare vittorie elettorali -, non reagisce la società. La minaccia al benessere di tutti incombe. Il Governo non fa nessun accenno alla crisi climatica. Un bambino salentino di qualche decennio fa poteva crescere dentro un paesaggio di ulivi, muretti a secco, masserie, fichi, mandorli e campagne. Poteva riconoscere le stagioni attraverso i lavori agricoli, i colori della terra, il comportamento degli alberi. Quel paesaggio costituiva una specie di linguaggio non scritto. Oggi quel linguaggio rischia di diventare più difficile da leggere. La crisi climatica, dunque, è anche una crisi della memoria.
La gioia agostana del passato non tornerà più, quella gioia appagata, spensierata e semplice, della pasta al forno, si svapora nel caldo infernale dell’agosto del terzo millennio.

15/08/2026
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