Ne ho passati di mali. Chi mi dice che sono buone le mele dopo un anno di brontolii di tristezza, chi invece mi dice che non ho blu di Prussia. Lascerò fare al tempo, ne ho raccolti di fiori. Tuglie, ah Tuglie… oh Tuglie! Non parlo poi della morte, che arriverà quando non mi interesserà più.

C’è Divina Imprevidenza: vigile a regolare gli errori della Provvidenza. Infinito equilibrio che non cambia luogo e angolo, piazza e vico, stazione, collina. Altare delle certe incertezze.

Poco o niente m’interessa, solo sentire un po’ di musica e poesia, un caffè, ridere e irridere.

Camminando d’inverno (per andare un po’ a modo mio) – con ironico distacco, – sono solo con il mondo: lo guardo nel buio, mi batte il cuore, e  se la fortuna è una meretrice sento di volerle bene.

Divina Imprevidenza sei la materia dei miei studi. Imparerò cosa fare quando non servirà fare nulla. Sei la mia fregatura utile, angelo quieto. Che ne sarà di me? Tra le braccia mie, se tu sei proprio tu, sono immense le mie mani su te –  mi chiedo come ho fatto a incontrarti. Rimani, comunque, qui a recitare con me questa nostra commedia svitata. Poni pure il bollo del destino sul foglio a metà, non curarti dei dettagli, ti prego però di non invocare Provvidenza.

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