Adirato e muto va per le vie del tempo. Mira il cielo ogni due passi. Posa l’abito austero delle vecchie arie sui colori delle parole fintantoché i suoi occhi si ridestano alla stella d’argento.

Si accorge che il canto del cielo è una finzione che adorna la superstizione della preghiera: solo così si può camminare schiavo in perenne maledizione della vita.

Sul volto il pallore della morte dà speranze dì ricompense future, eterne, da scansare.  Ah! Le vesti marce, il pane intriso di pioggia, l’ebbrezza, i mille amori che lo hanno crocefisso. Eternità di ghirlande – inutile tempo straziato dalla lettura della sorte. I  passi sonnolenti vagano per nuvole. Chiede un  inferno che lo soccorra, ma  piove grigiore di paradiso. Non parla delle città, dei poeti, di libertà. Bisbiglia inquietudini alle capre  del cielo per zittire la voce infinita prostrata all’eternità. Sogna amori mostruosi e universi fantastici. Troppo Paradiso.  Ah! presto, fate presto, grida. Scelse l’inferno! Gli sia dato!

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