La donna con le labbra tracciate di gelso

Mi venne incontro una donna che pareva ragazza, la notte precedente alle sue nozze, aveva in mano un’orchidea rossa e nell’altra un garofano blu, copriva il suo corpo un velo turchino immacolato ma trasparente. Sorrideva con le labbra appena tracciate di gelso, non faceva nessun conto dei cani che la seguivano in processione senza fiatare latrato, mansueti come agnelli con gli occhi appuntiti di ferocia.

Scoppiò un tuono e scosse gli alberi docili di eucalipto allungati a schiera sul viale che portava alla villa della signora. Un grande fuoco si prodigò nelle varie direzioni bruciandosi nelle sue stesse lingue di fuoco. Sul ventre della donna intanto prendeva forma l’impronta di un sigillo: un leone. Si contorceva con eleganza e con atteggiamenti erotici. Mi avviai verso di lei con desiderio. Sorrideva e mi invitava. Caddi nelle sue succinte mele di bellezza. Toccai con timore le sue labbra per assaporarle: di miele e ciliegie, di incenso. D’improvviso un morso, glaciale, puntorio, piacevole, onirico, sul collo mi avvalse di luce superiore. Non ebbi il tempo di conservarmi in una preghiera di salvezza, già l’arcangelo nero brandiva la spada. Mi ritrovai nella bolgia dei renitenti. Una donna mi disse di non pensarci e si sperare in un’occupazione decente e meno faticosa. Fui condannato a conteggiare le ore del sole e delle luna. Apparve di nuovo la donna con le labbra tracciate di gelso: le chiesi di uccidermi ancora, senza pietà e nella dolcezza dei fiori acerbi.